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– Perché ha deciso di entrare in politica? Quando ha cominciato a interessarsene?

Mi sono interessato fin da ragazzo alla politica svizzera e francese (buona parte della mia famiglia vive in Francia). Non esisteva la play-station, non avevamo la TV in casa e penso fosse un bene, perché ho letto un’infinità di libri e di giornali che oggi probabilmente più nessun ragazzo legge. Poi, negli anni dell’università ho partecipato a uno degli innumerevoli rilanci del movimento giovanile del PPD, salvo poi esserne escluso dal Comitato cantonale tre anni dopo…

Questo calcio nel sedere mi ha spinto fuori dal Ticino, nel movimento svizzero, che un anno dopo mi ha portato all’elezione quale Segretario generale dei giovani democratici cristiani europei. Dopo sei anni di impiego a tempo pieno a Bruxelles, Strasburgo e una cinquantina di Paesi, sono rientrato in Ticino per dirigere il Giornale del Popolo e poi TeleTicino. Per dodici anni – da buon giornalista super partes – mi sono quindi astenuto da ogni impegno politico diretto.

– Come mai la decisione di candidarsi al Consiglio degli Stati? Inizialmente pensava già di essere eletto?

Nel 1999, dopo la rinuncia inattesa di Renzo Respini, il PPD si trovò in grave ritardo nella designazione del proprio candidato agli Stati. Mi si chiese all’ultimo, sette settimane prima delle elezioni, di accettare questa sfida diventata quasi impossibile, di fronte all’uscente Dick Marty e al popolare ex-consigliere di Stato Pietro Martinelli, che facevano campagna parallela da ormai sei mesi. Proprio perché mi piacciono le sfide impossibili (ne ho accettata anche qualche altra in questi anni…) accettai e mi lanciai a capofitto nella campagna, dovendo inventare tutto in pochi giorni. Ovviamente non avevo alcuna sicurezza di venir eletto, anzi, ma con l’incoscienza che mi caratterizza ero stranamente fiducioso.

– Quante ore dedica, in media, alla settimana, all’attività parlamentare? Quanto guadagna?

Si dice che siamo un Parlamento di milizia che lavora a metà tempo… Per quanto mi riguarda si tratta della metà di un 200%, quindi di regola oltre 40 ore settimanali: agli Stati abbiamo almeno quattro Commissioni (contro le due dei Consiglieri nazionali), inoltre da quattro anni sono nel Bureau del Consiglio e da quest’anno nel Comitato del mio Gruppo parlamentare. Aggiungiamoci in media una dozzina di ore per le trasferte, è un bel peso.

Il guadagno dipende dai giorni di commissione, dalle presidenze che si hanno, dai rapporti che si presentano, ma diciamo che tolte le spese possono rimanere dagli 80 ai 100 mila franchi l’anno. Da cui poi bisogna dedurre i contributi obbligatori o volontari a tutta una serie di organizzazioni e associazioni locali cantonali e federali, di partito o di altro genere.

– In che cosa consiste esattamente il Suo lavoro a Berna? Quali sono i vantaggi e gli svantaggi?

Nelle commissioni legislative: discutere, studiare, approfondire e preavvisare positivamente o negativamente (sentendo i colleghi, i consiglieri federali, gli alti funzionari, i rappresentanti dei Cantoni e delle associazioni, ecc.) tutte le proposte di legge, i budget, gli investimenti e talvolta anche le ordinanze che poi vengono portate al Consiglio degli Stati, sia che vengano dal Governo, sia che vengano da atti parlamentari o delle medesima commissione, sia che vengano dal popolo sottoforma di iniziative o petizioni.

Nella Delegazione di vigilanza per la Nuova Ferrovia Transalpina (AlpTransit): sorvegliare l’andamento dei lavori, dei finanziamenti, delle decisioni del’esecutivo e dell’amministrazione, e riferirne al Parlamento.

Durante le Sessioni plenarie del Parlamento (12 settimane l’anno): presentare i rapporti di maggioranza o minoranza su quelle proposte, dibatterle e votarle, riprendendo fino al massimo di tre volte ogni oggetto se vi sono divergenze con il Consiglio nazionale.

Fuori dalle aule parlamentari: intrattenere molteplici rapporti con i Consiglieri federali e l’Amministrazione sugli oggetti che interessano in particolare il Ticino o i temi di cui mi occupo (media, trasporti, energia, comunicazione, Svizzeri all’estero, ecc.).

Vantaggi? Avere un’enorme quantità di informazioni e sapere molto (mai tutto!) di quel che succede nel Paese e nelle sue istituzioni. E poter intervenire, discutere direttamente con gli interessati, influire sulle decisioni.

Svantaggi? Soprattutto il sovraccarico di lavoro, le molte e pesanti trasferte, il fatto di non riuscire ad approfondire tutto quel che si vorrebbe, e di dover sopportare i tempi a volte molto lunghi della politica…

– Cosa comporta essere vicepresidente? Ha dei compiti in più? Se sì, quali?

Agli Stati, ci si prepara per quattro anni a diventare presidente: un anno come scrutatore supplente, uno come scrutatore, uno come secondo vicepresidente e l’ultimo in qualità di primo vicepresidente. Il quinto anno finalmente si presiede, e si conosce perfettamente la macchina di tutte le istituzioni federali. In tutti questi cinque anni si fa parte infatti del Bureau degli Stati, che organizza tutto il lavoro del Consiglio, e negli ultimi tre anche della Delegazione Amministrativa che vigila sull’intero Parlamento. Da vicepresidente capita poi almeno una volta al giorno di sostituire per un momento il Presidente e dirigere i dibattiti, o di accompagnarlo negli incontri protocollari con delegazioni in arrivo come pure nei suoi viaggi all’estero.

– Essendo parlamentare e presidente dell’HCAP, trova ancora tempo per sé e per la sua famiglia?

Veramente no. Ma per fortuna i famigliari si sono abituati perché è sempre stato così, già quando dirigevo il GdP, poi quando ho creato TeleTicino e ancor più quando sono entrato in Parlamento. L’Ambrì solo ha riempito l’ultimissimo vuoto rimasto, facendomi anche rinunciare a diverse cose mie (sabati e domeniche, giorni di vacanza, ecc.).

– Qual é stata l’emozione più grande che ha vissuto da quando è alla testa della Società?

Senza dubbio le tre salvezze del 2009, 2010 e 2011. Spero vivamente di poter rivivere quest’emozione una quarta volta, per poi passare finalmente – insieme al pubblico – a viverne di un altro tipo. Però è stata un’emozione forte anche l’Assemblea straordinaria del 15 maggio scorso a Giornico, quando ho potuto esporre a tutti la realtà in cui ci troviamo, e quando all’unanimità il popolo biancoblù ha sostenuto l’idea di conti9nua e rilanciare il Club malgrado tutte le difficoltà.

– Quali sono le sue aspettative nei confronti della Società, a che livello vorrebbe che l’Ambrì arrivasse?

L’obiettivo strategico del CdA è duplice e va di pari passo: riportare la squadra stabilmente far le prime otto della LNA e costruire la nuova pista. La prima senza la seconda è impossibile, la seconda senza la prima sarebbe insensata.

– Cosa pensa del progetto della nuova pista, che stimoli potrà portare nella regione?

La pista, con le nuove entrate che deve generare, è indispensabile per finanziare una squadra di LNA al giorno d’oggi. Deve però anche rappresentare un polo di attrattiva e di iniziative per l’intera regione, durante tutto l’anno e non soltanto in occasione delle partite. Per questo va progettata di concerto con il Comune e i soggetti locali interessati a progetti di sviluppo regionale. Non vogliamo una cattedrale nel deserto, ma un punto d’appoggio per rilanciare tutta la Leventina.

– Sicuramente da giovane ha praticato qualche sport: ha giocato anche a hockey?

Ho faccio e faccio tutt’ora un po’ di nuoto e un po’ più di sci. Da giovane ho giocato in modo amatoriale sia a calcio che a hockey, senza però mai impegnarmi in una squadra. Lo rimpiango un po’, ma adesso posso compensare con la presidenza… In cambio sono stato per alcuni anni arbitro della federazione ticinese di calcio. Forse per questo, anche quando mi fanno arrabbiare (e capita spesso), non arrivo mai ad insultare gli arbitri, perché so che si può sbagliare!

– Cosa pensa di fare se l’Ambrì andasse in serie B?

Non deve succedere. Non può succedere. Altre domande?

– Che cosa ne pensa del raddoppio del Gottardo? Potrebbe influenzare il pubblico dell’Ambrì o il turismo?

Ero favorevole al raddoppio del Gottardo nel 2004, poi ho preso atto del risultato della votazione “Avanti” anche in Ticino ed ho abbandonato quest’idea. Ora però ci troviamo di fronte a tutt’altro scenario: la chiusura obbligata per tre anni causa risanamento. Questa è una sciagura da evitare ad ogni costo, quindi torniamo al tema del raddoppio, ma senza aumento di capacità, quindi con una sola corsia di circolazione per tubo e per direzione. Tre anni di chiusura sarebbero mortali per la Leventina, e non solo per il turismo ma per tutte le aziende che dipendono dal trasporto di merci e persone. Compreso l’HCAP che vive per un terzo del pubblico che viene d’oltre Gottardo (confederati ma anche ticinesi che rientrano per le partite). Perdere queste entrate sarebbe micidiale per una società già sempre sulla lama del rasoio. Dobbiamo avere il coraggio di saltare il fosso: non vogliamo più traffico, ma nemmeno l’isolamento!