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Onorevoli colleghi,

onorevoli rappresentanti del Cantone Ticino, cari ospiti.

 

permettetemi  di esprimere oggi quattro pensieri, spero senza abusare della vostra pazienza : gratitudine, federalismo, attività del legislatore, e infine  coesione nazionale e rapporti del nostro Paese con l’estero.

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Il mio primo pensiero in questo momento è naturalmente quello della gratitudine.  Grazie a tutti voi qui presenti, grazie a tutti coloro che hanno reso possibile questo momento.

Gratitudine particolare per voi, cari colleghi, che mi avete confermato con questa elezione la stima e la fiducia di cui mi onorate da tredici anni e che ho sempre apprezzato più di ogni altra cosa, specie nei momenti più difficili della mia personale esperienza politica. È merito vostro, è merito  dell’amicizia e della solidarietà che si respirano in quest’aula al di là di ogni divisione politica, se ho potuto continuare per tutti questi anni a servire – spero con efficacia – questo Parlamento e questo Paese che amo. E un grazie anche ai nostri collaboratori dei Servizi del Parlamento,  sempre così preziosi per l’esercizio del nostro mandat.

Gratitudine per il mio Cantone e per la mia famiglia, qui rappresentati da una delegazione numerosa che mi rallegra particolarmente.  Questo Cantone mi ha eletto e sostenuto costantemente, ad esso devo l’onore e l’onere di sedere in questa Camera. Per questo Cantone ho lottato, ottenendo spesso se non sempre la comprensione e l’appoggio dei miei colleghi, sensibili alle necessità specifiche di una regione periferica e sfavorita, unica minoranza linguistica e culturale situata al di là delle Alpi.

Un grazie dunque al Ticino e per esso ai Presidenti del Gran Consiglio e del  Consiglio di Stato, Michele Foletti e Marco Borradori. Un grazie alla mia famiglia, e per essa  in particolare a mia madre e a mio padre che sono felice di poter accogliere qui oggi. Un grazie a chi ha collaborato con me in tutti questi anni, nella politica, nelle campagne elettorali e nel lavoro parlamentare.  Questo grazie, cari amici, lo esprimeremo insieme festeggiando con gioia mercoledì in Ticino.

Sehr geehrter alt Ständeratspräsident Hans Altherr, caro Giovanni! Dir auch einen besonderen Dank für die hervorragend geleistete Arbeit Deines Präsidialjahres.  Du warst für uns alle mehr als ein überlegter Präsident: du warst stetig ein Freund und ein Vorbild. Für mich insbesondere: an Deiner Seite habe ich viel gelernt. Vielleicht nicht so viel wie ich sollte, weil ich bekanntlich ein schlechter Schüler bin, aber ich werde versuchen, meinen lateinischen Überschwang ein bisschen zu mässigen, und Dein Motto „Der Weise spricht leise“  nicht sofort wieder zu vergessen! Grazie Giovanni!

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Il mio secondo pensiero riguarda tutti noi, onorevoli colleghi, e più particolarmente il ruolo istituzionale che ci tocca, quali rappresentanti dei Cantoni sotto la Cupola federale. L’abbiamo imparato sui banchi di scuola e spesso ci sembra un ritornello meccanico e quasi incantatorio: la Svizzera è fondata sul federalismo, e il Consiglio degli Stati ne è il garante istituzionale. È vero, lo sappiamo, ma quanto ci pensiamo davvero, nel nostro lavoro parlamentare quotidiano?

Quante volte, perseguendo pur nobili e comprensibili nostre priorità politiche, ci dimentichiamo noi per primi dell’esistenza dei Cantoni e del ruolo istituzionale che sono chiamati a svolgere. Quante volte accettiamo che la politica e l’amministrazione federale ignorino per non dire maltrattino questi Cantoni e le loro istituzioni?  Quante volte dimentichiamo di consultarli, o ignoriamo le loro consultazioni, oppure ancora trattiamo le loro iniziative cantonali tutt’al più come petizioni qualificate?

Cari colleghi: il federalismo non è una reliquia polverosa da lasciare nelle biblioteche della storia patria. Il federalismo è lo strumento più utile ed efficace per gestire la società di oggi e costruire quella di domani, al servizio del cittadino al livello a lui più vicino, per permettergli di percepire ogni giorno la propria identità non come un semplice numero AVS, ma come membro attivo di una comunità viva, nella quale ha davvero qualcosa da dire. Difendiamolo questo federalismo,  difendiamo i nostri Cantoni, come difendiamo la democrazia diretta e lottiamo contro il preoccupante scollamento fra cittadini e istituzioni!

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Il mio terzo pensiero va al nostro ruolo di legislatori. Noi siamo qui per scrivere leggi, e cerchiamo tutti di farlo bene, ascoltando gli esperti e l’amministrazione e tenendo conto in modo equilibrato dei diversi interessi che inevitabilmente convivono in una società complessa. Ma forse dimentichiamo troppo spesso che fuori da questo Palazzo c’è il mondo reale, la vita vera, i problemi concreti delle persone, delle aziende e degli enti pubblici che sono chiamati ad applicare quanto noi decidiamo.

Non credo che ne siamo sempre coscienti, altrimenti non voteremmo alla leggera tutto quello che votiamo, che spesso è incomprensibile per il cittadino comune.  Una delle esperienze più curiose che si possono fare da parlamentare è quella di membro della Commissione di redazione, e in particolare di quella di lingua italiana, chiamata a verificare la concordanza dei propri testi tanto con la versione tedesca quanto con quella francese.

Ebbene, solo andando fino agli ultimi dettagli di questo esercizio ci si rende conto di quanto certi testi siano complicati, ermetici e oggettivamente difficilmente da concordare nelle tre lingue. Ne nasce spontanea la domanda: ma stiamo ancora applicando il principio fondamentale del diritto, secondo cui le leggi devono essere semplici, comprensibili per il cittadino comune e facilmente applicabili?

Forse nella nostra “estasi legislativa” qualche volta dovremmo fermarci e chiederci cosa può ancora capire il cittadino in testi che noi stessi fatichiamo a comprendere: tutti ricordano la giustificata ilarità del Hans Rudolf Merz sull’illeggibile direttiva in merito alla Bündnerfleisch.

Parimenti dovremmo chiederci se tutto quello che votiamo è davvero indispensabile, come pure se non sarebbe possibile eliminare almeno una legge vecchia per ogni due nuove che approviamo.  Autolimitiamoci, cari colleghi, per non trasformare questo Paese in una selva sempre più intricata di regolamentazioni che generano una burocrazia crescente e spingono la società civile verso la progressiva paralisi.

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La quarta ed ultima riflessione di oggi voglio dedicarla alla coesione nazionale ed ai nostri rapporti con l’estero. Il momento economico e politico non è propizio per la coesione nazionale e sociale che hanno fatto la forza della Svizzera in passato. Interessi anche legittimi ma divergenti rendono più difficile la comprensione far le parti sociali e le intese per le riforme importanti che si fanno sempre più urgenti.  Al contempo, la pressione esterna continua ad aumentare, pensiamo all’attacco internazionale alla nostra piazza finanziaria e pensiamo alla crescente difficoltà di trovare una strada percorribile per le nostre future relazioni con l’Unione Europea.

In questa situazione è compito della Politica prendere le redini , esprimere proposte creative e costruire il consenso attorno alle riforme interne, per poi negoziare con fermezza con i nostri partner europei in cerca di soluzioni che rispettino la nostra dignità e sovranità.

Ma come può fare tutto ciò la Politica svizzera, se ogni pur minima riforma viene immediatamente bloccata dagli interessi elettorali dell’uno o dell’altro partito? E soprattutto, come possiamo negoziare con l’Europa se un terzo della Politica svizzera passa il tempo ad insultare l’Europa e un altro terzo continua a sognare l’adesione?

Me ne son reso conto ancora settimana scorsa, nell’ambito degli incontri che abbiamo avuto a Strasburgo con il Presidente ed alcuni membri del Parlamento europeo: la situazione è già di per sé così difficile e il cammino così stretto, che non avremo veramente alcuna chance di negoziare qualcosa di utile se non riusciamo a ricreare un minimo comune denominatore far le forze politiche svizzere responsabili, e poi a mantenere la barra al centro durante tutte le prossime fasi negoziali.

Fra le mie priorità in quest’anno presidenziale ci sarà dunque quella di offrire un piccolo ma constante contributo alla costruzione di questo consenso nazionale. “Siamo condannati alla concordanza”, fu il leitmotiv del primo discorso presidenziale che ascoltai in quest’aula, il 6 dicembre 1999, dalla bocca di Carlo Schmid. Ebbene sì, tredici anni dopo ne sono sempre più convinto: siamo veramente condannati alla concordanza, non tanto per i nostri equilibri politici interni, ma per avere una minima chance di farci valere all’estero e di trovare in particolare la nostra strada in Europa.

Accanto al piccolo contributo che da questa presidenza potrò forse dare più facilmente usando una lingua minoritaria che potrebbe unire tutti, mi impegnerò a portare la nostra presenza il più possibile nei Parlamenti di altri Paesi. L’uno o l’altro giornale avrà sicuramente modo di criticare qualche viaggio, ma non rinuncerò a sfruttare tutte le occasioni possibili per migliorare le nostre relazioni con il maggior numero di altri Parlamenti e far crescere la comprensione che la Svizzera deve e può trovare in molti paesi un tempo amici, ma che oggi purtroppo ci ignorano e ci lasciano soli al nostro destino.

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Grazie, onorevoli colleghi, per la vostra pazienza. Con il vostro sostegno sono lieto di iniziare quest’anno presidenziale, al servizio del Consiglio degli Stati, al servizio del nostro Parlamento, al servizio di una Svizzera concorde, unita, federalista e pronta a battersi per costruire nella sovranità il proprio futuro.

 

Filippo Lombardi

Presidente del Consiglio degli Stati