Post Type

Passata la buriana della prima Sessione – chiudendola ho detto ai colleghi che alcuni errori sono normali nel primo anno di presidenza, ma in quelli successivi verranno corretti… – eccomi alla prima settimana “normale” da presidente. Dispongo finalmente di alcuni giorni a Lugano per recuperare gli arretrati professionali, associativi e sportivi dell’ultimo mese, e sono molti! Fa eccezione il martedì, con la Sottocommissione delle istituzioni politiche che presiedo e che sta allestendo – in ottemperanza ad una mia iniziativa parlamentare – la nuova legge sugli svizzeri all’estero.

Ma la giornata comincia con una levataccia ed una partenza alle 5.30, perché prima della Commissione debbo incontrare il ministro degli Esteri, Didier Burkhalter, sugli aspetti internazionali del mio anno presidenziale, e che è bene coordinare con il Consiglio federale. Già la sera stessa infatti siamo ospiti, la presidente del Nazionale Maya Graf ed io, della Missione dell’Unione europea, che ha radunato tutti gli ambasciatori dei Paesi membri per un colloquio “informale” sui rapporti Svizzera-UE.

“Informale” è un vero eufemismo: la serata si svolge sotto forma di una serrata cena-dibattito, con le nostre due relazioni introduttive ed un fuoco di fila di pressanti domande e contestazioni sul nostro desiderio incompreso di proseguire sulla via bilaterale cui perlomeno la Commissione europea (ma non necessariamente tutti i Paesi membri) vorrebbe mettere termine al più presto. Molto correttamente la collega Graf ricorda che, se da un canto il suo partito (i Verdi) è favorevole all’adesione all’UE, d’altro canto la stragrande maggioranza del popolo svizzero vi si oppone. Da parte mia, sapendo che pochi giorni prima il mio presidente di partito ha rilanciato l’idea di aderire allo Spazio Economico Europeo, mi premuro di assicurare che anche questa opzione non troverebbe grazia davanti ai nostri concittadini, anche se potrebbe magari arrivare al 35-40% di sostegno, ovvero una decina di punti in meno che nella votazione del 6 dicembre 1992.

Ne consegue che la via bilaterale rimane l’unica in grado di raccogliere un ampio consenso nazionale (non nel mio Cantone, preciso, per i problemi specifici che incontriamo nella libera circolazione delle persone). Potremo adattare questa via bilaterale, la potremo chiamare diversamente, potremo fare delle concessioni di metodo, in particolare per la risoluzione dei conflitti, ma la sostanza rimarrà per forza questa. Si capisce peraltro che la Commissione Europea avrebbe fretta di archiviare questa fase, che le crea problemi interni con alcune regioni e paesi membri, sempre tentati di usare l’esempio svizzero per sganciarsi dalle regole più rigide dell’Unione. Se una “partecipazione à la carte” viene concessa ad un paese terzo, a maggior ragione dovrebbe esserlo ai membri, sostengono queste “forze centrifughe” nell’UE medesima.

La pressione sulla Svizzera non è dunque solo frutto dell’arroganza degli “eurocrati” o dei loro malumori per i defatiganti negoziati di ogni successivo accordo bilaterale o sua modifica, ma anche di una comprensibile preoccupazione. Ciò nulla toglie al fatto che la “sovranità nazionale” in Svizzera non è puramente declamatoria, ma risiede per l’appunto nella volontà popolare, e da questa non si potrà prescindere. Agli ambasciatori europei non abbiamo potuto dunque dare particolare soddisfazione quella sera – a parte il piacere di oltre due ore di discussione estremamente vivace e serrata, apprezzata da ambo le parti – ma non ci dobbiamo nascondere che di problemi grossi la Svizzera ne dovrà affrontare parecchi, nei prossimi mesi e anni, prima di aver trovato una nuova serenità nei suoi rapporti con l’UE. A questo proposito, poco servono le dichiarazioni un po’ spaccone che a volte sentiamo echeggiare nel paese. Bisogna chinarsi con umiltà e tenacia al tempo stesso su questi rapporti, sapendo camminare su di un sottilissimo filo di rasoio.