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“Ho fatto modificare un po’l’arredamento dell’ufficio. Ricevo molte visite e agli ospiti offro volentieri il caffé o l’aperitivo. Il senso dell’ospitalità è una caratteristica ticinese che è sempre apprezzata”. È con comprensibile compiacimento che Filippo Lombardi ci accoglie a Palazzo federale, nella stanza dall’alto soffitto e rivestita in legno, sulla cui porta sta scritto (in italiano, per quest’anno): Presidente del Consiglio degli Stati È un fatto abbastanza eccezionale che un ticinese venga eletto al vertice di una delle Camere del Parlamento federale. Com’è andata, gli chiediamo, questa prima sessione da presidente? È emozionato? “L’emozione c’è”, ammette.

“Non per i segni esteriori della presidenza, come l’avere l’ufficio con il caffè e l’autista a disposizione, ma per le aspettative”. Già,le aspettative. Che non sono poche quando si parla di questo politico ticinese giunto, a 56 anni, all’apice di una carriera sulla quale ancora qualche anno fa pochi avrebbero scommesso. Eppure Filippo Lombardi, discendente da una delle famiglie storiche del Ticino e patrizio di Airolo, sposato e padre di due figli, è stato un giovane promettente sul quale venivano poste molte speranze. Ma forse il suo carattere impulsivo, che lui definisce “sbarazzino”, a un certo punto avrebbe potuto compromettere tutto.

Ha studiato diritto ed economia all’università di Friburgo; è stato segretario generale dei Giovani Democratici Cristiani Europei; direttore del “Giornale del Popolo”; fondatore di TeleTicino e di TImedia; capitano dell’esercito svizzero;eletto, e tre volte rieletto, rappresentante del canton Ticino al Consiglio degli Stati; presidente dell’Hockey Club Ambrì-Piotta. Insomma, una personalità dinamica, con la stoffa del politico e del comunicatore di successo. Ma anche una figura complessa. Le ripetute violazioni del codice della strada, i ritiri di patente, un incidente stradale da lui causato, hanno rivelato aspetti caratteriali controproducenti per un politico. Motivo per cui la stampa d’Oltralpe non gli ha risparmiato le critiche.

E adesso, divenuto presidente dei “senatori” svizzeri dopo due anni di vicepresidenza, è naturale che nei suoi confronti vi siano molte aspettative. Come quelle dei suoi colleghi parlamentari, “che si attendono una buona presidenza e non ti fanno mancare l’osservazione costruttiva, se sbagli qualcosa”. E quelle del Ticino, “che si attende molto dal punto di vista simbolico da questa presidenza”. E poi c’è il peso di un ruolo istituzionale, non solo per la responsabilità che comporta, ma anche per “lo sforzo fisico, perché quando si presiede per cinque ore di fila la mattina, e poi magari quattro ore il pomeriggio, senza potersi permettere un minuto di isattenzione, è quasi come dirigere il traffico aereo da una torre di controllo”.

Ma ci sono i vicepresidenti… “Sì, ma li farei intervenire solo se fossi ammalato o se andassi in delegazione all’estero. Fare troppo ricorso ai vice non sarebbe visto molto bene”. Ticinesità e abilità politica Ha definito la sua elezione a presidente degli Stati come un riconoscimento al Ticino. Ma fino a che punto può dire di impersonare il Ticino, in positivo e in negativo, nelle qualità come nei difetti? “Ah, sicuramente, siccome non ho solo qualità ma anche difetti, posso rappresentare una certa leggerezza latina… Talvolta ho qualche atteggiamento sbarazzino che magari non a tutti piace. Ma il mio grado di «ticinesità» lo devono giudicare in primis i ticinesi, e sin qui nell’urna il giudizio è stato positivo. Fuori dal Ticino comunque questa percezione c’è”.

Una rivendicazione orgogliosa di “ticinesità” che potrebbe però confermare i pregiudizi altrui sui ticinesi. Altrimenti deve spiegare perché, nonostante i trascorsi automobilistici, l’abbiano rieletto anche con più voti di prima. Di cosa si tratta: stima, affetto, identificazione? “Credo che i ticinesi abbiano capito che quelli erano degli errori di immaturità, accompagnata da un pizzico di sfortuna. E hanno compreso che questi fatti non erano tali da annullare il giudizio positivo sulla mia attività politica: alla fine è su questo che si vota”. I maligni direbbero: sì, ma perché i ticinesi sono anche loro un po’ indisciplinati. …Lombardi però non ci sta: “Di sicuro c’è una parte di elettori che, per quanto bene io possa fare nel resto della mia vita, non mi voterà mai,proprio per questo problema. D’altra parte, c’è chi magari non mi avrebbe votato, ma si identifica”. Sono fenomeni marginali, sostiene, che si compensano l’uno con l’altro. Ma “il grosso della gente”, secondo lui, sa distinguere quando un problema “non inficia la capacità di lavorare come politico”. Lo dimostrano i fatti, non solo a Berna ma anche in Ticino. L’abilità gli viene riconosciuta implicitamente anche da chi fa notare che, per esempio, è uno dei pochi politici ticinesi a non essere stati maltrattati dal “Mattino della domenica”.

Lui non si scompone: “Intanto, è tutto molto soggettivo: se uno si vede preso in giro, ritiene sempre l’attacco molto più grave rispetto a quando la stessa cosa accade agli altri”. Poi rivendica: “Mi sono fatto affibbiare un paio di soprannomi dal «Mattino»; e quando è stato il caso, sono stato anch’io messo alla berlina. Per cui non mi ritengo particolarmente privilegiato. In cambio, ho il privilegio di aver raccolto da altri media abbondanti palate di fango, e di quelle pesanti se provenienti da quelli che si ritengono «seri» o sono molto diffusi a livello nazionale. Anche qui, le cose si compensano”.

Le radici e le battaglie Cambiamo discorso. Filippo Lombardi ha indubbiamente un profilo di successo. È riuscito a realizzare e portare a buon fine tutto quello cui ha messo mano: Gioventù democristiana europea, GdP, TeleTicino, TImedia, Hockey Club Ambrì-Piotta, la politica in Consiglio degli Stati… Si considera più fortunato o più dotato? “Intanto per l’Ambrì-Piotta siamo ancora «sub judice», dobbiamo ancora dimostrare di avercela fatta. Per quasi quattro anni abbiamo evitato il peggio, ma la lotta continua e rimane molto dura, la gente deve saperlo”, reagisce subito. Poi riprende: “Un pizzico di fortuna conta, ma la fortuna aiuta gli audaci, quindi bisogna saperla cogliere, saperne preparare le circostanze. E questo diventa abilità. Poi c’è forse qualcosa di innato o di acquisito con l’educazione ricevuta, dalla famiglia, dalla scuola, da pochi amici veramente importanti. Penso di aver avuto da giovane buoni modelli davanti a me. Magari non li ho seguiti come avrei dovuto, altrimenti sarei stato ancor più fortunato”.

Ha accennato alla famiglia. Quanto contano le origini? “Moltissimo. Credo che una persona, come un albero, debba avere delle radici, un terreno sul quale crescere e dal quale trarre il proprio nutrimento. Certo, oggi viviamo in una società cosmopolita, ci si sposta di frequente, si cambia facilmente lavoro, partito, partner.… Ma per me rimane sempre importante sapere da dove vengo, dove sto, per che cosa mi impegno e dove vorrei andare”.

Ma Lombardi riconosce di aver subito anche dei rovesci, degli insuccessi? “Certo, e da questi ho appreso più che dai successi. Da ogni rovescio sono ripartito più forte e combattivo, forse anche un po’ più saggio. E ho applicato la massima di Nelson Mandela: non si giudica un uomo da come cade, ma da come si  rialza…”, risponde. E quali sono stati questi rovesci? “Cominciano dai giovani del PPD, che non mi elessero presidente nel 1977 e poi addirittura mi espulsero dal Comitato nel 1980, perché ero troppo profilato a sinistra [sorride]. Dieci mesi dopo ero Segretario generale europeo a Bruxelles! Nel 1996 sono stato allontanato dal GdP al cambio di vescovo, ma tre anni dopo la mia creatura TeleTicino era riconosciuta e riceveva la concessione federale. Ad Ambrì, come detto, per ogni due passi avanti ce n’è almeno uno indietro, quindi discorso ancora aperto: non posso certo dire di aver sin qui raggiunto l’obiettivo. Quanto alle battaglie affrontate in tredici anni agli Stati, beh, non si può vincere sempre, ma penso di averne portate a casa almeno due su tre. Riuscissimo a far così sul ghiaccio…”

Una questione di personalità È chiaro che una parte della sua natura ha penalizzato la sua carriera. Dice di aver imparato parecchio dagli errori e di essere diventato più prudente. Ma, puntualizza, “non voglio nemmeno cambiare personalità. Io sono uno che si butta con audacia. Ora cerco di essere meno irruente, ma non voglio nemmeno diventare grigio, insignificante o completamente integrato”. Vede la vita “fatta di colori” e se stesso come portatore di “un colore forse un po’ più sgargiante”. E confida che alla fine sarà apprezzato, benché a profilarsi ci si facciano più o meno tanti amici quanti nemici: “La gente però, anche se non è sempre d’accordo con tutto quanto sostieni, finisce con l’apprezzare il fatto che hai una linea, che parli chiaro, che ti impegni e non stai cercando di «schivare l’oliva»…”.

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