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Settimana intensa, marcata soprattutto dalla partecipazione, lunedì, ad un colloquio informale del Forum Politico Europeo, un “think tank” britannico vicino ai Conservatori, il cui vicepresidente altri non è che il ticinese Tito Tettamanti, per l’occasione coordinatore della delegazione elvetica. Una ventina i partecipanti, metà svizzeri e metà inglesi. Fra questi ultimi, un ministro di Sua Maestà in carica, un ex-commissario europeo e diversi deputati e Lord conservatori, mentre la nostra delegazione comprende tre parlamentari e diversi rappresentanti dell’economia.

Tema obbligato dell’incontro (svoltosi secondo le regole di confidenzialità di Chatham House, che permettono di riferirne i contenuti in termini generali senza citare nessuno in particolare): le relazioni fra i nostri due Paesi e con l’Unione europea.

Punto di partenza inevitabile, il provocatorio discorso con il quale tre settimane or sono il premier David Cameron ha preannunciato per il 2017 un referendum popolare che permetterebbe al Regno Unito di uscire dall’’UE se questa non riducesse le sue pretese centralizzatrici con un nuovo trattato “light”, rimpatriando una serie di competenze agli Stati membri e riordinando le sue allegre finanze (basti pensare che da anni la Corte dei Conti europea non approva il Consuntivo, nell’impossibilità di trovare pezze giustificative per alcuni miliardi di Euro…).

I nostri interlocutori britannici lasciano intendere di crederci davvero, mentre a me viene spontaneo citare il commento generalizzato all’indomani del discorso (che ho avuto il privilegio di sentir ripetere l’indomani a Davos), ovvero: “Cameron’s gamble”, la commessa o meglio ancora “la giocata” di Cameron.  In altre parole, in questi anni sta per giocarsi la gigantesca e decisiva partita sul futuro dell’Unione, e di fronte a Cameron si trovano forze almeno altrettanto determinate che intendono al suo opposto giungere ad un trattato ben più vincolante e sovranazionale dell’attuale, che imponga quelle riforme centralizzatrici che sin qui molti Stati membri hanno respinto.

A favore di queste forze centralizzatrici – Francia e Germania in primis, ma più ancora la stessa potente Commissione europea – gioca la naturale dinamica della storia, per cui l’Unione, come una bicicletta, per non cadere è costretta ad andare avanti.  Più ancora gioca la devastante crisi economica, bancaria, monetaria e del debito sovrano degli ultimi anni, in parte conseguenza (voluta o perlomeno accettata?) dell’introduzione della moneta unica senza i necessari parametri comuni in materia di finanze pubbliche e di politiche economiche, fiscali, sociali, bancarie e via dicendo.

Il conseguente disastro degli scorsi anni – seguito dai massicci e sin qui efficaci sforzi internazionali di stabilizzazione, pur senza vero risanamento – costringe di fatto molte capitali ad accettare quelle riforme e quel controllo europeo che prima respingevano. Quanto agli inglesi, che per vent’anni hanno sostenuto ogni allargamento dell’Unione contando di minarne la coesione istituzionale, si ritrovano con numerosi nuovi membri troppo deboli e indebitati per resistere alla pressione della Banca centrale e dell’asse Parigi-Bruxelles-Berlino.

Il “gamble” è dunque lanciato in pieno, e guardando alle forze in campo è difficile scommettere su di una vittoria inglese, per quanto a noi potrebbe sembrare preferibile un’Unione meno rigida di quella che si sta prospettando. Ma, come ho detto ai nostri cortesi e interessati interlocutori, in questa decisiva partita di poker la puntata di Cameron potrebbe rivelarsi un semplice bluff, nella misura in cui il Regno Unito non può comunque permettersi di andare fino in fondo, ovvero di lasciare davvero l’Unione.

Per questo la Svizzera non può illudersi di trovare grande appoggio oltre Manica. Piuttosto le conviene ribadire la sua disponibilità ad una nuova fase di relazioni bilaterali con l’UE che offra sicurezza giuridica e istituzionale ad ambo le parti, senza aprire un fronte ulteriore che andrebbe a sommarsi alle incertezze che Londra genera nell’Unione stessa.