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Concluso lunedì mattina il Forum economico e finanziario russo in Svizzera che mi ha occupato utilmente la domencia – permettendomi di assistere a discussioni sorprendentemente trasparenti fra rappresentanti di istituzioni governative russe ed operatori privati, spesso molto critici sulla reale volontà del Governo di modernizzare il paese e liberalizzare l’economia – riparto da Zurigo per Berna, pronto ad affrontare la prima settimana della Sessione primaverile 2013.
In apertura dei lavori ho per tradizione il privilegio di poter dare il mio commento ai risultati delle votazioni popolari della vigilia.  Pur riconoscendo, come di dovere, che la volontà popolare va applicata, mi pongo qualche domanda sul funzionamento a lungo termine del nostro modello di iniziativa popolare. Da un lato la raccolta di firme è diventata molto più facile grazie ad internet, il che moltiplica il numero di iniziative più o meno ben formulate, da movimenti d’opinione che a loro volta si moltiplicano.
D’altro lato, con la perdita di influsso dei partiti, che fungevano un po’ da filtro, e con l’emozionalità sempre più marcata propagata dai media e recepita dalla popolazione, aumenta la probabilità che vengano accettate delle iniziative che rispondono sì ad un sentimento popolare, ma con una soluzione imperfetta, o troppo rigida e inapplicabile, o che esige di entrare in vigore immediatamente se non addirittura retroattivamente, con tutti i problemi che ciò crea. Per non dire di quelle che contravvengono a principi fondamentali del diritto, ai Diritti dell’uomo, agli impegni internazionali della Svizzera o ancora ad altri articoli della medesima nostra Costituzione.
Non vedo bene la soluzione, a meno che il Parlamento abbia il coraggio di ridiventare più restrittivo e dichiarare non ricevibili le iniziative che non adempiono requisiti minimi più esigenti degli attuali.
Detto ciò, concludo con un pizzico di umorismo e agitando davanti ai colleghi un pallottoliere multicolore, prima di risolvere i problemi delle votazioni popolari dobbiamo risolvere quello delle nostre votazioni agli Stati, ormai sotto tiro da più parti. E ciò avverrà puntualmente giovedì mattina, con l’adozione dell’Iniziativa parlamentare che introdurrà – fra cica un anno, per rispettare i tempi tecnici – il voto elettronico sul modello di quanto avviene al Nazionale. Un passo indietro per la tradizione del “Senato” e per la sua capacità di costruire il consenso al di là delle barriere di partito o di interesse, un passo in avanti per chi crede nella tecnica (che può fallire anch’essa, o essere usata in modo sbagliato) e nella cosiddetta “trasparenza” che spesso è solo voyeurismo giornalistico, desiderio di poter stilare tabelle e ratings,  se del caso facoltà per i gruppi di pressione di controllare se le loro consegne vengono rispettate…
Per il resto la settimana trascorre veloce, con l’accettazione a denti stretti (e senza maggioranza qualificata per il finanziamento) dei nuovi aerei di combattimento Gripen, la visita di una numerosa delegazione parlamentare brasiliana, il ricevimento dell’Ambasciata di Bulgaria e la prima colazione di lavoro della Deputazione Ticinese con il Segretario di Stato Michael Ambühl sulle prospettive dei negoziati Svizzera-Italia.
A sconvolgere tutti giunge giovedì mattina l’improvvisa scomparsa dell’ex Consigliere nazionale Giuliano Bignasca. L’impressione, anche fra coloro che non lo apprezzavano particolarmente, è enorme e specie noi ticinesi stentiamo a rimetterci dallo choc.  Per la prima volta ricevo anche domande intelligenti da parecchi giornalisti confederati, solitamente molto sbrigativi nei loro giudizi sul Ticino e le sue particolarità politiche. Cercare di spiegarsi e di spiegare agli altri come mai questa personalità del tutto particolare abbia potuto ottenere un così ampio risultato politico sull’arco di vent’anni – espresso ancora dai cinquemila presenti al suo funerale sabato – è esercizio più che salutare per questi commentatori e per tutti noi, anche se avrei preferito farlo con l’interessato in vita.  Ma vi sono delle lezioni da trarre, e la politica ticinese come quella nazionale farebbero bene a non liquidare il fenomeno con un’alzata di spalle o un sospiro di sollievo, bensì ad interrogarsi davvero su quello che fanno – o appunto NON fanno – per rispondere concretamente e rapidamente, in linguaggio chiaro e non “politichese” alle domande e ai bisogni pertinenti e urgenti della popolazione.