Post Type

Settimana Santa alquanto « light » anche sul piano politico, con un solo impegno di rilievo il martedì a Berna: la conferenza stampa il lancio della campagna contro l’iniziativa UDC per l’elezione del Consiglio federale direttamente dal popolo col sistema maggioritario. Normalmente queste conferenze le tengono i membri del Governo, ancorché le raccomandazioni di voto siano adottate dal Parlamento. Questa volta l’on. Simonetta Sommaruga – cui competono non solo Giustizia e Polizia, ma anche tutte le questioni istituzionali – ha però pensato bene di coinvolgere i Presidenti delle Camere, ritenuto che l’iniziativa mira in primo luogo a togliere una competenza importante al Parlamento stesso. Essendo la collega Maya Graf in missione all’estero, tocca a me rappresentare il Legislativo, cosa che faccio volentieri.

La mie visione è infatti parallela a quella della ministra. L’iniziativa UDC nacque in reazione alla mancata rielezione di Christoph Blocher nel 2007, nell’illusione che il popolo lo avrebbe invece eletto, cosa che gli attuali sondaggi peraltro smentiscono.  Ma questa proposta cambierebbe uno dei cardini che fa funzionare con successo le Istituzioni elvetiche da 165 anni. Ci si può dunque chiedere se sia una risposta adeguata ad un problema contingente che fece certo scalpore, ma non è già oggi più d’attualità.

In realtà l’iniziativa ci popone un modello che fa a pugni con il nostro collaudato federalismo, il quale fa del Parlamento il crogiolo in cui i 200 rappresentanti della popolazione ed i 46 rappresentanti dei Cantoni fondono e amalgamano le mille diversità della Confederazione, quelle culturali e linguistiche come quelle confessionali e sociologiche, geografiche ed economiche.  Da questo amalgama nascono leggi che danno a ciascuno il suo rispettando le minoranze, da questo equilibrio deve nascere anche il Governo chiamato poi ad applicarle con il dovuto rispetto per le autonomie cantonali.

Un’elezione popolare maggioritaria spazzerebbe chiaramente questa ricerca dell’equilibrio, a favore della maggioranza linguistica, dei cantoni più popolosi e dei candidati più facoltosi, in grado di finanziare una campagna nazionale in quattro lingue e 26 Cantoni (si pensi alle cifre folli delle Presidenziali americane, ma anche qualche paese a noi vicino non scherza, e si tratta sempre solo di eleggere un presidente o un premier, non un intero governo!). Avrebbe poi lo sgradevole effetto secondario di paralizzare buona parte dell’attività dei Consiglieri federali, costretti a permanente campagna elettorale anche fra di loro, a danno della collegialità e dell’efficacia, nonché della facoltà di prendere a volte decisioni impopolari se necessarie.

La presunta “clausola di salvaguardia delle minoranze” dell’iniziativa è poi un’autentica beffa, destinata a peggiorare anziché a migliorare la situazione attuale. Dire in effetti che almeno due ministri devono provenire dalla Svizzera francese o italiana (dimenticando quella romancia) significa creare due circoscrizioni elettorali: la svizzero-tedesca che eleggerà per sempre i suoi cinque, e quella francese che ne eleggerà due. Gli italofoni, messi nello stesso calderone dei romandi che pesano quattro volte più di loro, sarebbero spacciati in partenza. Per le stesse ragioni aritmetiche, il totale dei latini poi non supererà mai più i due, cosa invece avvenuta spesse volte in passato, quando in particolare si raggiungeva il 4-2-1 con la presenza di un ticinese.

Da ultimo, togliere al Parlamento la facoltà di eleggere il Governo significa anche ridurre di molto la sua facoltà di controllo sull’operato dei Consiglieri federali e della loro amministrazione. Ho passato ormai tredici anni a Palazzo, di cui dieci anni nelle Commissioni di controllo (Finanze rispettivamente  Gestione, che a Berna sono separate diversamente da Bellinzona) ed ho sempre chiaramente percepito che l’efficacia del controllo parlamentare sul Governo e sul funzionariato dipendeva in buona parte dal “potere” di rieleggere o meno i Consiglieri federali. Questo controllo parlamentare giorno dopo giorno è indispensabile, e gli elettori da casa loro non potrebbero evidentemente assumerlo durane i quattro anni di legislatura.  Ce n’è abbastanza per seguire la raccomandazione di voto di Governo e Parlamento, e respingere un’iniziativa lanciata sull’onda delle emozioni, che sono raramente di buon consiglio.