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La settimana 26 segna il giro di boa di quest’anno presidenziale, ma non è ancora tempo di bilanci, perché mi tocca far le valigie per il viaggio ufficiale con Delegazione (un collega per Gruppo) cui ogni presidente è tenuto. La scelta della destinazione risale a un anno fa, quando accogliemmo a Palazzo federale il premio Nobel per la pace Daw Aung San Suu Kyi, la combattiva leader non-violenta dell’opposizione birmana, figlia del generale Aung San, l’eroe comunista-nazionalista che negoziò coi britannici l’indipendenza nel 1947, salvo poi venir assassinato dalla frangia comunisti intransigente prima di poter dar vita ad un suo governo di unità nazionale che avrebbe potuto scrivere pagine ben più serene negli ultimi sessant’anni della storia del paese che un tempo si chiamava Birmania e ora si chiama Myanmar (i “Burma” o Birmani sono difatti solo il gruppo etnico maggioritario).

Immediata fu – l’anno scorso a Berna – la mia ammirazione per questa donna dall’apparenza fragile ma di una dignità e di una tenacia senza eguali (rimase agli arresti domiciliari dal 1988 fino alle prime elezioni complementari del 2012, dove strappò con la sua Lega Nazionale pe la Democrazia 44 dei 45 seggi in palio). Immediato fu anche il suo invito a ricambiare la visita, il che mi fece scegliere quale prima destinazione proprio questo paese, dove una Delegazione ufficiale non rimane puramente protocollare ma può dare un segnale concreto di sostegno ad un processo di democratizzazione che rimane ancora molto in salita, fino alle prossime elezioni generali previste per la fine del 2015.

Al Myanmar – dove si trattava anche di sottolineare la presenza della nostra nuova ambasciata, aperta lo scorso novembre da Didier Burkhalter, e l’attuale triplicamento della nostra cooperazione allo sviluppo – ho poi aggiunto la Tailandia e la Cambogia, onde realizzare un massimo di incontri utili in dieci giorni di viaggio. Ma ne riferirò settimana prossima.

Torniamo in Myanmar e alla sua capitale Yangon (Rangoon, all’epoca coloniale), città  irriconoscibile a due anni dall’inizio del processo di apertura, dicono i conoscitori.  Mi attendevo una provincia totalmente arretrata e trovo invece una città in pieno fermento, con una voglia incredibile di recuperare i decenni persi sotto il regime militar-socialista. Per fortuna la scorta ufficiale è rimasta quella di prima e ci permette di attraversare la città a sirene spiegate senza farci intrappolare nel traffico…

Certo, come in ogni trasformazione rapida, molti restano indietro, nelle periferie della città, per non dire delle campagne dove a quanto pare poco o nulla è cambiato. Da qui l’aspra critica di Aung San, detta “the lady”, per la quale le cose avanzano troppo adagio. Non così la pensano le autorità, che incontriamo nella nuova capitale politica Nay Pyi Taw, modernissima città fantasma costruita come Brasilia in mezzo al nulla,

La verità sta probabilmente nel mezzo. È certo che il controllo del potere rimane nelle mani dei generali, che nominano direttamente il 25% dei parlamentari, che hanno installato il Governo e le principali cariche dello stato, e che tramite il Presidente nominano i giudici e la Commissione elettorale, essenziale in vista elle prossime scadenze. Ma è altrettanto vero che la storia offre ben pochi esempi di un’uscita così “soft” da un lungo regime dittatoriale, senza spargimenti di sangue, con ritrovata libertà d’opinione e d’informazione (diciamo al 75%…), con progressivo ritorno ad un sistema parlamentare funzionante e desideroso di controllare l’esecutivo, con rispetto dei dritti umani, con cessate il fuoco e negoziati di pace avviati con quasi tutta la dozzina di gruppi etnici ribelli.
Si può e si deve fare di più, ma quanto raggiunto è apprezzabile. La Svizzera – che anche qui gode di ottima immagine – può dare il suo contributo a questo processo, che non deve peraltro limitarsi ai diritti politici, perché tutto l’ordinamento giuridico va riscritto, se si vuole che la rinascita di una società civile e di un’economia dinamica non si spengano per mancanza di ossigeno.  Cercheremo di stare vicino a questo Paese: lo abbiamo detto alla Lady, lo abbiamo detto al Vicepresidente del Governo e ai Presidenti delle due Camere. E lo faremo con le relazioni economiche e con la cooperazione allo sviluppo, ma soprattutto con gli scambi politici a sostegno di una democrazia ancora tutta da scrivere, e di un federalismo di cui il Myanmar, estremamente composito sul piano etnico e religioso, potrebbe trarre grande beneficio nella costruzione di una nuova convivenza pacifica ed equilibrata.