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di Filippo Lombardi, Consigliere agli Stati

Senza particolari sorprese, gli Stati hanno approvato ieri la versione modificata dal Nazionale della Mozione Lombardi che già avevano approvato sei mesi or sono in merito agli orari d’apertura dei negozi. Cosa chiede questa mozione? Semplicemente la fine di un’incongruenza palese fra il diritto federale e quello cantonale.

Il diritto federale regola infatti, nella legge sul lavoro, la protezione dei lavoratori definendo quale orario diurno normale quello che va dalle sei di mattina alle otto di sera, mentre dalle 20 alle 23 si tratta di lavoro serale (che richiede accordi fra le parti e remunerazione supplementare) e dalle 23 alle sei del mattino seguente l’orario notturno, bisognoso di autorizzazione pubblica e ulteriormente compensato.  Escluse le domeniche, che hanno una loro regolamentazione a parte, molto restrittiva, e che la mozione NON tocca.

Nell’orario diurno normale qualunque azienda in Svizzera può impiegare personale, ovviamente sulla base di un preciso contratto che fissa il totale orario settimanale e tutte le altre condizioni del rapporto di lavoro. Tutte le aziende svizzere, ho detto? No appunto: esiste un solo campo nel quale i Cantoni ritengono di poter restringere a proprio piacimento la libertà federale, quello appunto della vendita al dettaglio.

Trattasi di cosiddette “norme di polizia” volte, anticamente, a tutelare l’ordine pubblico, non già a proteggere i lavoratori, perché sarebbe chiaramente assurdo che la venditrice del Cantone A fosse protetta più di quella del Cantone B e meno di quella del Cantone C! Come sarebbe poco comprensibile che il personale di vendita debba essere “protetto” in modo diverso da quello dell’industria, o di qualunque altro tipo di servizi, o ancora dell’agricoltura e via dicendo.

Queste regolamentazioni ereditate dal passato sono tutte diverse l’una dall’altra, salvo per i sette Cantoni che non hanno nessuna legge sull’apertura dei negozi, dove quindi si potrebbe già aprire 24 ore su 24 e dove peraltro si vede che ciò non avviene, perché il buon senso e non la legge consiglia poi quali sono gli orari ragionevoli. Ciò crea al giorno d’oggi – con la facilità di spostamento della gente – evidenti distorsioni di mercato e traffico automobilistico inutile, perché la clientela si sposta da un cantone all’altro rispettivamente all’estero per i suoi acquisti.

Quest’ultimo aspetto è quello che preoccupa di più. Quasi nove miliardi di franchi l’anno, si sa, vengono spesi nel commercio di dettaglio all’estero, e la cifra continua ad aumentare rapidamente. Una parte è chiaramente fisiologica (acquisti durante viaggi e vacanze, ecc.) ma almeno cinque-sei miliardi sono proprio dovuti al puro “turismo degli acquisti” transfrontaliero. Gli orari d’apertura non ne sono certo l’unico motore: le differenze di prezzo giocano il primo ruolo, la facilità d’accesso e di posteggio il terzo. Ma al secondo posto – secondo un recente sondaggio scientifico– si trovano proprio gli orari d’apertura, che vengono citati dal 30% degli Svizzeri fra i motivi che li spingono a comperare all’estero (in Ticino la percentuale è anche più alta). Per non dire della clientela turistica e frontaliera che potrebbe magari acquistare da noi e non lo fa anche per questo motivo.

Se riuscissimo a superare questa barriera potremmo dunque ragionevolmente sperare di recuperare in Svizzera un paio di miliardi l’anno di cifra d’affari del commercio al dettaglio. Il che – sapendo che il commercio al dettaglio genera un posto di lavoro ogni 300-350 mila franchi di cifra d’affari – significherebbe tornare a creare almeno 6000 impieghi nel settore, e soprattutto evitare di continuare a perderne! Senza contare l’indotto, perché chi esce a far la spesa di sera finisce per animare le città e generare anche altri consumi, creando altri impieghi

Ecco dunque il succo della mozione: allineare in tutta la Svizzera la facoltà di aprire i negozi negli orari diurni della Legge sul lavoro, ovvero fra le 06.00 e le 20.00 in settimana, dunque domenica esclusa. Facoltà non vuol dire obbligo, chiaramente: se la panetteria e il chiosco aprono alle sei, non deve farlo per forza il macellaio, e alla sera ciascuno chiuderà quando lo ritiene opportuno, come dimostra ad esempio già oggi Zurigo, che fa parte dei cantoni senza legge sugli orari.

Il Consiglio Nazionale ha voluto aggiungere la precisazione che i giorni festivi cantonali vanno pure rispettati, cosa assolutamente logica. Da parte mia avevo indicato già in prima lettura agli Stati che il sabato – ritenuto dai più come l’inizio della domenica – tale armonizzazione dovrebbe fermarsi alle 18 (e non alle 19 come nel testo scritto). Con queste due precisazioni, il Consiglio federale è ora chiamato a presentare una proposta di legge – probabilmente una modifica della legge sul mercato interno – per tradurre in pratica questa volontà del Parlamento.

Chiaramente la modifica sarà referendabile, per cui il popolo avrà l’ultima parola. E mi va benissimo: non pretendo di aver ragione ad ogni costo, ma mi preme almeno lanciare una discussione nazionale su di un tema che da troppo tempo è bloccato da piccole battaglie cantonali che penalizzano realmente l’economia nazionale, gli introiti fiscali ma soprattutto i posti di lavoro del settore.