Post Type

I rappresentanti della Quinta Svizzera, riuniti in assemblea a Davos, hanno adottato una presa di posizione in favore della legge sugli svizzeri all’estero, attualmente in consultazione. Deplorano tuttavia la soppressione dell’obbligo di immatricolazione presso le rappresentanze elvetiche e auspicano l’estensione del voto elettronico a tutti gli espatriati.

«Per noi si tratta di un immenso passo avanti», ha affermato Rudolf Wyder, direttore dell’Organizzazione degli svizzeri all’estero (OSE).

In occasione del congresso estivo del Consiglio degli svizzeri all’estero (CSE), che a Davos si è riunito per la prima sessione della sua legislatura 2013-2017, Wyder ha salutato la creazione di una legge federale ad hoc. Essa, ha sottolineato, crea le basi di una politica «globale, duratura e orientata verso il futuro» nel campo della mobilità internazionale dei cittadini elvetici.

Mantenere l’obbligo di immatricolazione

Il disegno di legge è stato elaborato dalla Commissione delle istituzioni politiche della Camera alta del parlamento, in seguito a un’iniziativa parlamentare del senatore ticinese Filippo Lombardi.

Uno dei pregi della legge è di riunire una serie di disposizioni attualmente sparpagliate in diverse leggi e ordinanze, ha detto Filippo Lombardi di fronte ai delegati del CSE. Una razionalizzazione che permetterà di meglio rispondere ai bisogni di una comunità svizzera all’estero in costante crescita, ha aggiunto Rudolf Wyder, rammentando che sono oramai 720’000 i cittadini elvetici a vivere in un altro paese.

Invitati a partecipare alla fase di consultazione, che si concluderà il 31 agosto, i rappresentanti della Quinta Svizzera hanno sottolineato che il progetto di legge riprende gli elementi essenziali approvati dal CSE nel 2010. Tra questi: l’uniformizzazione della definizione di “Svizzeri all’estero”, la concentrazione delle competenze nel Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) – che fungerà quindi da interlocutore centrale della Confederazione – e la facilitazione della mobilità internazionale.

Non sono comunque mancate importanti obiezioni. In particolare, è stato rimesso in discussione l’abbandono dell’obbligo di immatricolarsi presso una rappresentanza elvetica.

Senza tale obbligo, ha avvertito il CSE, il legame con gli Svizzeri all’estero non potrà più essere assicurato. L’assistenza consolare risulterà più complicata e numerosi cittadini elvetici all’estero non potranno più essere contattati, ad esempio in caso di crisi o di catastrofi.

Il  deputato in parlamento Carlo Sommaruga ha poi chiesto di iscrivere il CSE nella legge, affinché venga rafforzato il suo ruolo di difesa degli interessi della diaspora elvetica. «Il CSE merita una riconoscenza più esplicita», ha aggiunto Rudolf Wyder.

Voto elettronico per tutti entro il 2015

L’assemblea del CSE ha poi preso atto del rapporto sul voto elettronico del Consiglio federale, pubblicato il 14 giugno 2013. Nel documento, il governo indica che le esperienze effettuate in oltre dieci anni e in 13 cantoni si sono rivelate positive, salvo alcuni malfunzionamenti minori.

L’OSE ha salutato in particolare la proposta di rinunciare alla clausola che limita il diritto di votare via Internet agli svizzeri residenti nell’Unione europea e nei paesi firmatari dell’Accordo di Wassenaar.

Per ridurre il più possibile i rischi legati alla sicurezza, l’OSE sostiene il passaggio verso sistemi di seconda generazione. Questi consentono la verificabilità del voto, senza comprometterne la segretezza.

Come già espresso in una petizione indirizzata al governo, e munita di 15’000 firme, l’OSE ha ribadito la sua richiesta di offrire la possibilità dell’e-voting a tutti gli espatriati con diritto di voto in occasione delle elezioni federali del 2015. I cantoni, sovrani in materia, sono quindi invitati ad agire in questo senso.

Convenzione con la Francia

Tra i temi caldi all’ordine del giorno vi era anche la convenzione sulle successioni firmata il 3 luglio 2013 dalla ministra svizzera delle finanze Eveline Widmer-Schlumpf e dall’omologo francese Pierre Moscovici. L’intesa, che sostituisce l’accordo del 1953, stabilisce che sarà anche Parigi a tassare l’erede residente in Francia di un defunto domiciliato in Svizzera.

«La convenzione suscita parecchio rumore in Svizzera e tra gli Svizzeri di Francia», ha riassunto Jacques-Simon Eggly, presidente dell’OSE.

Secondo l’OSE, il nuovo regime crea un precedente in quanto permetterà a uno Stato terzo di prelevare imposte sul suolo svizzero. Durante l’assemblea di Davos, il CSE ha ribadito la necessità di rinegoziare la convenzione. Questa, sostiene, reca pregiudizio ai circa 185’000 svizzeri di Francia, la principale comunità elvetica al di fuori della Confederazione.

Invitato nella località grigionese per spiegare la posizione francese al “parlamento” della Quinta Svizzera, l’ambasciatore di Francia in Svizzera Michel Duclos si è detto «molto colpito dalle ricorrenti accuse d’imperialismo francese» pronunciate negli ultimi mesi.

«Il regime precedente creava una disparità di trattamento, una distorsione», ha affermato, precisando che «anche la Francia e la Germania hanno firmato una convenzione simile, senza però sollevare alcun polverone».

Estendendo da sei a otto anni il periodo durante il quale l’erede svizzero residente in Francia verrà tassato, la Francia ha fatto un passo in direzione degli svizzeri all’estero, ha aggiunto Michel Duclos.

Prima di entrare in vigore, la convenzione necessita comunque della ratifica dei parlamenti dei due paesi. Un passo tutt’altro che scontato in Svizzera, visto che una netta maggioranza del Consiglio nazionale (Camera bassa) sostiene che immobili situati in Svizzera non possono essere tassati da uno Stato terzo.

Rete diplomatica da mantenere

La riorganizzazione della rete diplomatica è stata ancora una volta al centro del CSE, che da anni si batte contro le chiusure e i raggruppamenti decisi da Berna.

«La rete delle rappresentanze svizzere all’estero non ha cessato di restringersi malgrado l’azione condotta dalla nostra organizzazione presso le autorità», si è rammaricato Jacques-Simon Eggly.

Il dibattito è stato assai animato durante l’assemblea del CSE. Un delegato ha persino chiesto se fosse legittimo spendere cosi tanti milioni per l’aiuto allo sviluppo, quando al contempo il DFAE risparmia chiudendo dei consolati.

Responsabile della divisione consolare del DFAE, Gerhard Brügger ha risposto alle numerose critiche affermando che «ogni caso viene studiato in modo approfondito e tenendo conto delle realtà e delle risorse a disposizione».

Quella parlamentare è comunque la via giusta, ha puntualizzato, in riferimento al salvataggio da parte del legislativo dell’ambasciata svizzera in Guatemala.

Luigi Jorio, swissinfo.ch
Davos