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Settimana interamente dedicata alla “hispanidad”, per cambiare un po’ dalle nostre battaglie per l’italianità… Due giorni in Spagna, due in Colombia e uno ciascuno in Costa Rica e Nicaragua. Non propriamente un ritmo vacanziero, a scanso di equivoci!

Parto domenica per Barcellona, dove lunedì mattina tengo una “lectio magistralis” universitaria sul federalismo svizzero, che ripeto il martedì a Madrid. Il tema è particolarmente scottante in Spagna, con il Governo autonomo catalano che ha lanciato una serie di proclami per l’indipendenza, e con il PSOE che – fra dichiarazioni invero contradditorie – riscopre l’idea di trasformare il Paese in uno Stato federale. Ne consegue un improvviso interesse per il modello svizzero, che mi sforzo di presentare con la dovuta precisione, ricordando che si è costruito nei secoli dal basso verso l’alto, e non per una decentralizzazione voluta di punto in bianco. Peraltro presuppone che tutti i Cantoni siano uguali nei diritti e nei doveri, cosa ben diversa dall’attuale mappa a macchie di leopardo delle diverse autonomie spagnole. E prevede anche che ogni Cantone sia responsabile delle proprie finanze e della propria fiscalità, perché sono votati al fallimento tutti quei sistemi nei quali i poteri locali spendono e quello centrale paga!

Martedì si vola a Bogotà, dove mi ha invitato il Presidente del Senato, don Juan Fernando Cristo Bustos, padre della “legge sulla restituzione delle terre” e della “legge per le vittime” e principale sostenitore del processo di pace con i guerriglieri delle FARC lanciato dal presidente della Repubblica Juan Manuel Santos. La Svizzera ed il Comitato internazionale della Croce Rossa – di cui incontro il direttore operativo locale – stanno discretamente sostenendo il negoziato che si svolge all’Avana, ma che purtroppo stenta a decollare, dopo cinquant’anni di odio e di violenze da ambo le parti. Il presidente Santos rischia di pagarne il prezzo in primavera al momento delle elezioni, avendo incautamente promesso un accordo di pace entro questo mese di novembre, suscitando così speranze che si potrebbero tramutare in grossa delusione, specie in quella parte della popolazione che detesta le FARC e scommette sulla repressione, che aveva marcato parecchi punti sotto la precedente presidenza di Alvaro Uribe.

Sul piano economico la Colombia sta comunque crescendo, anche se il suo potenziale sarebbe ben superiore. Da poco ha costituito con Cile, Perù e Messico, la nuova “Alleanza del Pacifico” che rappresenta il 40% del PIL latinoamericano e si rafforzerà presto con il Costa Rica, paese più ricco dell’America Centrale. A questa Alleanza la Svizzera potrebbe aderire come osservatore, dando ulteriore slancio al proprio intercambio commerciale con la regione. La comunità imprenditoriale svizzera – che incontro nella nostra Ambasciata – condivide un cauto ottimismo sugli sviluppi dell’economia nazionale, temperato però dalle preoccupazioni per un nuovo degrado della sicurezza e per una preoccupante crescita della criminalità armata, della corruzione e delle estorsioni. Un fenomeno che nasce dal narcotraffico e si alimenta con le bande paramilitari troppo a lungo tollerate in funzione anti-guerriglia. La vera sfida per il Paese è probabilmente questa, più ancora che i negoziati con le FARC e con l’ELN.

Da Bogotà procedo per San José, capitale di quella che ancor oggi ama chiamarsi “la Svizzera del Centro America”. Invero qualche somiglianza con noi il Costa Rica ce l’ha: piccolo e industrioso, verdeggiante e piuttosto benestante, anche se le infrastrutture di trasporto non hanno proprio niente di svizzero…  Anche qui incontro il Presidente dell’Assemblea nazionale Luis Fernando Mendoza Jiménez, i due Vicepresidenti della Repubblica Luis Liberman e Alfio Piva Mesen e la ministra del Commercio estero Anabél Gonzales. Nel loro come nel nostro Parlamento deve venir ratificato nei prossimi mesi il nuovo Trattato di Libero Scambio, mentre i due paesi stanno ancora negoziando un trattato contro la doppia imposizione che la Svizzera considera importante per dare sicurezza giuridica e fiscale ai propri investitori e cittadini.

Ultimo paese dell’area, il Nicaragua, dove nel 2006 è tornato al potere il sandinista Daniel Ortega, dopo il governo screditato del liberale Arnoldo Alemàn, e dove mi accoglie il Presidente dell’Assemblea nazionale René Nunez Téllez, figura storica del sandinismo. Al di là delle battaglie ideologiche che anche in Svizzera spaccarono l’opinione pubblica negli anni ’80, la vera lotta attuale di questo che è invece il paese più povero del Centro America e il secondo più povero dell’America latina rimane quella della sopravvivenza economica. Per questo la Svizzera ne ha fatto il secondo paese più importante della sua cooperazione in America latina (una trentina di milioni l’anno alla Colombia, 23 al Nicaragua). A gestire i progetti sostenuti dalla nostra Direzione per la Cooperazione allo Sviluppo c’è un ticinese, Fabrizio Poretti, che ci accompagna a visitare l’ospedale Bertha Calderòn, dove la Confederazione sostiene lo sviluppo del reparto di neonatologia portato avanti dall’associazione ticinese ASMCA (Aiuto medico al Centro America).

Interessante l’evoluzione ideologica di un governo che ora cerca la riconciliazione nazionale, evita scontri con gli Stati Uniti, tutela la proprietà privata e il libero mercato e definisce il Nicaragua come “cristiano, socialista e solidale”, ma ci vorrebbe qualche pagina per parlarne…

Giornale del popolo, 21.10.2013

Settimana 47