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Inaugurazione del Tribunale Penale Federale a Bellinzona, 25 ottobre 2013

 

 

Onorevole Signora Consigliera federale,

Signor Presidente del Tribunale federale,

Signor Presidente del Tribunale penale federale,

Signore e Signori Giudici,

Onorevoli colleghi alle Camere federali, signor presidente della Deputazione ticinese

Signor Presidente e signori membri del Consiglio di Stato e del Gran Consiglio,

Signor Sindaco, signori municipali e consiglieri comunali,

Signore e Signori,

 

La Deputazione ticinese ha l’immenso piacere di essere oggi associata – per una felice coincidenza nella persona del Presidente del Consiglio degli Stati – all’inaugurazione della sede di un’importante Istituzione del nostro Stato federale. Una sede voluta proprio a Bellinzona dal Parlamento, a convinta e convincente dimostrazione che il federalismo non è un polveroso retaggio del passato, ma una forma di organizzazione viva e moderna della comunità nazionale, capace di dare dignità a tutte le componenti di un Paese composito e multiculturale come la Svizzera.

Come politici siamo abituati a vedere i risultati delle nostre battaglie al più presto nella legislatura successiva. Per festeggiare il risultato finale e tangibile della lotta combattuta dai rappresentanti della Svizzera italiana per questo Tribunale, ce ne sono volute più di tre.

La futura sede del Tribunale penale federale divenne infatti un tema prioritario della Deputazione ticinese fin dall’anno 2000, dopo l’approvazione della riforma della giustizia, quando la proposta di istituire ed eventualmente decentralizzare i nuovi Tribunali federali andò in consultazione presso diversi Cantoni, Ticino escluso.

All’epoca si trattò di uno sgarbo – segnalatoci per primo dall’allora segretario della Deputazione, Ezio Cattaneo – che ci fece andare su tutte le furie. Ma con il senno di poi possiamo ringraziare questa provocazione, che ha progressivamente unito attorno ad un comune obiettivo di forte valenza simbolica la Deputazione, il Governo ticinese ed il Municipio di Bellinzona. Da quel momento, tutte le riunioni della Deputazione hanno avuto all’ordine del giorno l’ubicazione del Tribunale nella Svizzera italiana.

Il giorno di San Valentino del 2001 il governo ticinese sembrava però quasi rassegnato. “È praticamente impossibile ottenere una sede” aveva scritto un Cantone ancora deluso dal fatto di non essere nemmeno stato consultato. Ma la Deputazione non si scoraggiò, e meno di un mese dopo iniziò il suo temibile lavoro di lobbying federalista. Il 5 marzo il collega Dick Marty, membro della Commissione degli affari giuridici degli Stati, inoltrò l’interpellanza 01.3026: “La Svizzera italiana una volta ancora completamente ignorata”. Altrettanto fece al Nazionale l’on. Chiara Simoneschi-Cortesi. Un colpo di mano lo diedero anche il deputato UDC Christoph Mörgeli e il suo gruppo, presentando un postulato dal titolo chiaro: “Insediare in Ticino il Tribunale penale federale e il Tribunale amministrativo federale”.

Il Messaggio del Consiglio federale prevedeva però Aarau come sede del Tribunale penale federale, e Friborgo per il Tribunale amministrativo federale. La Commissione degli affari giuridici, benché presieduta dallo stesso Marty, aveva sostenuto con il minimo scarto dei voti la proposta del Governo. Per il Ticino iniziava una strada in salita… anzi, una vera e propria scalata. Ma neppure la scontata risposta negativa del Consiglio federale agli interventi Marty, Simoneschi-Cortesi e Mörgeli scoraggiò la Deputazione.

Proprio in quel periodo peraltro, si cominciava a parlare di una “nuova” politica regionale, le cui virtù oggi ancora non sono unanimemente apprezzate, in confronto a quella tradizionale e benemerita. Eppure, proprio in quel contesto, ci fu anche chi ritenne di precisare che l’insediamento di un Tribunale in una data regione non poteva certo essere uno strumento di politica regionale.

La Deputazione comprese subito l’antifona, e colse l’occasione per iniziare una vera e propria battaglia sulla politica dell’italianità in ambito federale. La Sessione delle Camere federali a Lugano del 2001 aveva sì permesso ai colleghi di farsi un’idea del Ticino, di vedere quanto in realtà fossimo lontani, o vicini, di scoprire una regione economica e culturale diversa da quanto si aspettavano. Ma questo da solo non sarebbe bastato…

Nel febbraio 2002 il Cantone preparò dunque un opuscolo informativo, e nel maggio dello steso anno una documentazione completa, utile anche alla Deputazione nella sua attività di lobbying. In parallelo, si rafforzò la promozione dell’italianità e nacque l’idea di pubblicare regolarmente un foglio informativo, InfoTicino, per dare un supporto costante alla Deputazione, oggi logicamente trasformato su supporto digitale. Eppure in maggio giunse un’ulteriore schiaffo, quando il collega Fabio Abate ci distribuì la documentazione fornita dall’Ufficio federale di giustizia alla Commissione finanze con i costi supplementari in caso di trasferimento del Tribunale in Ticino.

La Deputazione capì che doveva costruire il sostegno alla candidatura ticinese non contro le ubicazioni proposte dal Consiglio federale, tutte di per sé valide e rispettabili, bensì su di un altro piano, con delle solide argomentazioni federaliste.

La Deputazione sapeva e tuttora sa bene che la coesione nazionale e l’applicazione dei principi del federalismo necessitano che si presti un’attenzione particolare e costante alle diverse regioni linguistiche e alle regioni periferiche, e sa anche che questo ha un costo. Nozione difficile da far passare ai colleghi, in tempi di globalizzazione, razionalizzazione e centralizzazione, termini che ben si sposano ai ricorrenti appelli al risparmio e al freno alla spesa.

Difficile per la Deputazione far passare l’idea che la coesione nazionale è anche il coraggio di assumere questi costi per difendere i valori che hanno costruito la Svizzera e fatto la sua fortuna: la multiculturalità, il plurilinguismo, le minoranze, le religioni e le regioni periferiche. Una battaglia che si sposa con quella per la legge e poi per la relativa ordinanza sulle lingue, con quella per il riconoscimento dell’italiano quale lingua praticata anche alle Camere federali, a cominciare dalle traduzioni dei dibattiti al Nazionale, dal sito web del Parlamento, dalla messa in rete degli atti parlamentari in italiano, dall’esigenza del plurilinguismo nella Legge sul personale federale e via dicendo, fino alla costante guerra d’usura sull’assunzione degli italofoni nell’Amministrazione federale, sulla giusta ripartizione delle commesse federali e sull’uso dell’italiano per i bandi di concorso, fino alla creazione di un “ombudsman”, un delegato incaricato ufficialmente di vegliare sul rispetto del plurilinguismo nell’Amministrazione federale .

Ma le battaglie non sono sempre perse, per fortuna. Anzi, una dopo l’altra possiamo contare nell’ultimo quindicennio le vittorie. Spicca fra tutte, ovviamente, la profonda emozione vissuta nell’estate 2002 con i voti finali delle Camere che, contro ogni attesa, contro la proposta del Governo, contro la pressione dell’amministrazione e perfino di taluni magistrati, contro le maggioranze delle due Commissioni giuridiche, attribuivano il Tribunale amministrativo federale a San Gallo e quello penale a Bellinzona.

Come si giunse a questa sorprendente vittoria? Credo che il mio intervento nel dibattito al Consiglio degli Stati abbia riassunto bene l’essenza delle nostre motivazioni. Qui non si tratta – dissi – di decentralizzare un qualunque ufficio federale per concedere qualche decina di impieghi al Ticino: si tratta invece di dare una sede degna ad una nuova Istituzione della Confederazione. Si tratta di essere degni dei nostri Padri, che nella loro saggezza federalista avevano compreso, nel 1872, che la Romandia doveva ospitare la prima sede fissa del Tribunale federale che dal 1849 era stato itinerante. E che avevano poi proseguito su questa linea, insediando il Tribunale delle Assicurazioni nella Svizzera centrale. Quali due Svizzere oggi ancora, chiesi ai colleghi durante il dibattito, non hanno alcuna Istituzione federale? Ebbene chiaramente la Svizzera italiana e la Svizzera orientale. Completiamo dunque la  costruzione della Svizzera moderna e segniamo con questa decisione la volontà dello Stato federale di essere presente con le sue Istituzioni in tutte le sue regioni.

A dire il vero, questa alleanza naturale con la Svizzera orientale, a sua volta spesso orfana di attenzione della Svizzera tanto politica quanto economica, fu la chiave di volta tattica del successo, garantendo alle candidature di Bellinzona e San Gallo – grazie anche al sostegno della Svizzera centrale e alla saggezza di alcuni colleghi romandi e germanofoni – una maggioranza parlamentare che nessuno avrebbe previsto pochi mesi prima.

Con la decisione del Parlamento di ubicare il Tribunale penale federale a Bellinzona, la Deputazione ha vissuto per un momento l’ebbrezza di una bella vittoria di squadra. Il tema “Tribunale penale federale a Bellinzona” non si è però esaurito una magnifica giornata dell’anno di grazia 2002. Dopo il voto è iniziato il lavoro di realizzazione, quello che consiste nel dimostrare che le argomentazioni sostenute per mesi sono vere. Il tema è rimasto all’ordine del giorno della Deputazione per alcuni anni: essa è stata regolarmente informata sullo stato dell’avanzamento del progetto ed è stata chiamata a fare da tramite tra autorità federali e cantonali, in particolare quando si è discusso delle partecipazioni finanziarie o dei problemi per la scelta della sistemazione finale.

L’ubicazione del Tribunale penale federale non ha certo risolto tutti i problemi dell’isolamento della Svizzera italiana, né si poteva pretenderlo. Però, oltre a questo edificio e al suo valore simbolico, altre tracce visibili sono rimaste e continuano ad operare per l’integrazione del Ticino in un tessuto nazionale e internazionale in continuo mutamento. Il Ticino ha dimostrato di essere un partner affidabile, l’italianità è diventato un tema costante sotto la cupola federale, anche grazie alla costituzione di un apposito Gruppo parlamentare che va ben oltre le frontiere del Ticino. Infine, questo mio anno di presidenza del Consiglio degli Stati ha permesso di far risuonare la lingua di Dante come forse non era mai successo in quelle mura, ma soprattutto di farlo accettare come cosa assolutamente naturale da parte dei colleghi, dei Consiglieri federali e dei rappresentanti dell’amministrazione.

All’epoca, ricordiamoci, si rimproverava al Ticino di non avere un’università. Ebbene, oggi con un’università, un Centro di calcolo collegato alle scuole politecniche federali e un Istituto oncologico per ricerche d’avanguardia, il Ticino partecipa oggi pienamente alla costruzione del “sapere” svizzero, anzi, internazionale.

Si rimproverava anche al Ticino di essere troppo lontano: domani la NFTA, per la quale tutta la Svizzera ha investito miliardi, allaccerà la Svizzera via il Ticino alla rete europea ad alta velocità anche verso Sud. Si rimproverava al Ticino di non poter fornire personale adeguato al Tribunale: ebbene, proprio il Ticino si è dimostrato interessante per iniziare una carriera, tanto per i ticinesi formati oltr’Alpe quanto per i confederati che vogliono esplorare altre regioni e imparare una nuova lingua. Infatti, già nel primo concorso del 2003, la Commissione giudiziaria registrò ben 65 candidature per Bellinzona. La realtà dei fatti aveva smentito anche questo timore.

Una volta ottenuta la sede del Tribunale a Bellinzona, la Deputazione ticinese non si è addormentata sugli allori, ma ha saputo cogliere le opportunità di quel momento storico per lanciare alcune riflessioni sull’italianità e sul posto dell’italiano nell’amministrazione federale.

Il Tribunale penale federale ci onora della sua presenza e svolge un compito essenziale in materia di giustizia penale in Ticino. Gli auguriamo buon lavoro nella nuova sede e invitiamo tutti coloro che vi lavorano a non dimenticare Berna, le porte di Palazzo federale sono sempre aperte.

Filippo Lombardi

Presidente del Consiglio degli Stati