Post Type

Dopo il giro delle Americhe e quello di Svizzera, arriva la settimana araba! È un fatto che, sul finire dell’anno presidenziale, si sommano a ritmo serrato tutti gli inviti e gli impegni accumulati nel corso dei mesi. Questa volta il viaggio presidenziale mi porta nel Sultanato di Oman e negli Emirati Arabi Uniti (o meglio in tre di questi sette).

Ritorno volentieri in Oman, 18 anni dopo la mia prima visita. All’epoca ero direttore del GdP e facevo parte della stampa internazionale invitata ai festeggiamenti dei 25 anni della presa di potere del Sultano Qaboos bin Said, che aveva spedito in pensione “manu militari” suo padre, ritenuto eccessivamente conservatore per non dire oscurantista (anche se il giudizio storico andrebbe un po’ sfumato). Già nel 1995 avevamo potuto osservare il vigoroso processo di ammodernamento lanciato dal nuovo Sultano. Difficile oggi non dare a questo statista il merito di aver saputo amministrare molto saggiamente le proprie risorse naturali – l’Oman dispone di riserve fossili relativamente limitate – evitando gli sprechi pacchiani di altri paesi e concentrando i propri mezzi sull’estensione metodica delle infrastrutture, sull’educazione e sulla diversificazione economica.

Il tutto con una guida ferma ma molto saggia e aperta ad una progressiva democratizzazione, come la creazione del Parlamento bicamerale – composto da un Consiglio di Stato da lui stesso nominato, ma anche da una Camera liberamente eletta dal popolo – Parlamento che mi ha accolto con molto entusiasmo, come hanno fatto dal canto loro il vice-primo ministro e il ministro degli esteri. Anche in Oman è lampante la spontanea simpatia verso la Svizzera, piccolo paese neutrale fra grandi e potenti vicini, pronto ad impegnarsi per processi di pace che possano far scemare le tensioni.

Che la regione abbia particolarmente bisogno di distensione emerge d’altronde con chiarezza tanto nei colloqui in Oman quanto negli Emirati, dove sono ospite del Consiglio Federale Nazionale, un parlamento di quaranta membri, per metà eletti e per metà nominati dagli sceicchi dei sette emirati con una chiave di riparto che tiene conto del loro diverso peso demografico (otto deputati ciascuno per Abu Dhabi e Dubai, sei per due emirati medi e quattro a ciascuno dei tre piccoli). A modo loro gli Emirati compongono dunque uno Stato federale non molto dissimile come struttura dalla Svizzera coi suoi 23 Cantoni, fatta salva la monarchia quasi assoluta degli sceicchi nei rispettivi emirati (con Abu Dhabi che detiene le principali risorse naturali e procede ad una sorta di “perequazione finanziaria” riversando parte dei proventi agli altri sei).

Ma torniamo alle preoccupazioni di politica internazionale che hanno dominato tutti i miei incontri politici: questi paesi del Golfo, benché arabi ed islamici hanno costruito per decenni la loro politica sullo scambio fra petrolio e gas messi a disposizione degli Stati Uniti in cambio di sicurezza e protezione militare. Con grande preoccupazione vedono il deterioramento della loro situazione, con gli americani ormai energeticamente autosufficienti grazie agli idrocarburi prodotti con il “fracking” che si preparano ad abbandonare la regione al suo destino. La “primavera araba” prende così le tinte della tragedia, con l’instabilità in Libia e in Egitto, il ruolo preoccupante dei Fratelli musulmani e del radicalismo islamico in tutte le sue forme, la guerra civile in Siria e il prossimo abbandono di Afghanistan e Irak da parte degli occidentali. Logico dunque che sostengano ogni possibile colloquio di pace, e la Svizzera – che ospita a Ginevra tanto quelli sulla Siria quanto quelli sul nucleare iraniano – viene vista come il naturale alleato in questo sforzo per evitare guerre e catastrofi di portata inimmaginabile.

Al di là della politica estera, la collaborazione economica con la Svizzera viene da tutti valutata molto positivamente. Nel mio viaggio in Qatar lo scorso aprile avevo sollecitato l’Emiro a farsi interprete del desiderio svizzero di ratificare a breve il Trattato di libero scambio dei paesi del Golfo (GCC) con l’AELS, negoziato cinque anni or sono e dal quale la Svizzera si attende molto. L’ultimo paese a bloccare la ratifica era però Dubai, che di conseguenza bloccava gli Emirati tremendo la perdita di dazi doganali importanti (fra i 70 e i 100 milioni annui).

Ebbene, prodigi della diplomazia parallela, lunedì scorso in occasione de mio primo colloquio nell’area, mi è stato comunicato con soddisfazione che il giorno stesso il Governo degli Emirati – compreso dunque Dubai – ha ormai deciso di ratificare il Trattato. Un elemento importante per la competitività delle esportazioni svizzere, confrontate alla forza del franco e alla concorrenza dell’UE.

Molteplici infine gli incontri con la comunità Svizzera a Muscat, Ras Al Khaima e Abu Dhabi, culminati con l’inaugurazione della Swiss Tower a Dubai, dove ho avuto il piacere di onorare così il dinamico promotore ticinese dell’operazione, Peter Harradine. Sta di fatto che, mentre in parecchi paesi mi capita di incontrare piuttosto Svizzeri all’estero di età matura se non già pensionati, nel Golfo la maggioranza è piuttosto giovane ed estremamente attiva sul piano finanziario ed imprenditoriale. Buon segno, perché in questa regione la crisi sembra già ormai un ricordo, e l’economia ha ripreso a girare in modo vertiginoso!