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Eccoci giunti anche all’ultima settimana… che dedico ad un viaggio in Africa, un continente che ancora mancava all’appello e che avrà molto da dire nei prossimi decenni, anche se gli europei – diversamente dagli onnipresenti cinesi – lo hanno quasi totalmente dimenticato dopo la caduta del muro di Berlino!

Partenza già sabato per il Camerun, su invito del neo-costituito Senato della Repubblica, di cui ho accolto la richiesta di apprendere il funzionamento del bicameralismo elvetico, da 165 anni strumento essenziale dell’intesa confederale grazie all’equilibrio che assicura fra Cantoni grandi e piccoli, urbani e rurali, protestanti e cattolici, centralisti e federalisti (poca cosa peraltro, rispetto alle 250 etnie, alle due lingue ufficiali e alle molteplici religioni del Camerun…).

Il Senato del Camerun, ancorché previsto da anni nella costituzione, è stato costituito da pochi mesi – con sette senatori eletti più tre nominati dal presidente Paul Biya per ciascuna delle dieci regioni – e non si era ancor mai riunito. Né si sapeva quando sarebbe entrato in funzione, visto lo scarso entusiasmo della prima Camera, le critiche di media e politologi, e una certa pesantezza tipica del paese. Miracolo: una settimana prima della mia visita è stato convocato per le sue due prime sedute! A me tocca così l’onore di aprire la terza seduta della storia del Senato camerunese, proprio con il previsto discorso sul nostro Consiglio degli Stati e sulle istituzioni svizzere in genere.

A margine di questa relazione al Senato, tengo poi due conferenze, una all’Istituto universitario per le relazioni internazionali (che forma diplomatici e quadri dell’amministrazione pubblica) e una al Circolo di studi politici dove si incontrano ministri e diplomatici in carica, anche di paesi terzi. Mai mi era capitato di parlare delle istituzioni svizzere ad ascoltatori così attenti e interessati. L’istituzione di un nuovo Senato per volontà del Presidente Biya – autocratico ma desideroso di dare più peso alle regioni e di lasciare istituzioni stabili al termine del suo regno ultratrentennale – ha messo in moto un vasto dibattito nazionale sulle istituzioni, sulla loro rappresentatività ed il loro ruolo, sulla democrazia e sul controllo del potere, sulla modernizzazione e la lotta alla corruzione endemica. Difficile dire oggi fin dove potrà andare il processo, ma è sicuramente importante esser presenti a testimoniare il nostro sostegno democratico e condividere la nostra esperienza.

La mia visita comprende anche un lungo colloquio con il capo dello Stato Paul Biya, vero conoscitore ed estimatore della Svizzera che visita quasi ogni anno. Il preidente mi assicura il suo sostegno per le richieste che gli ho sottoposto, a favore dell’ultimo (dei nove) ospedali del dott. Maggi ancora gestito dall’omonima Fondazione ticinese a Mada, nella pericolosa regione dell’estremo Nord esposta alle scorribande di fanatici e banditi di ogni genere. Non possono infine mancare, nemmeno in questo paese, la visita a un interessante progetto d’aiuto allo sviluppo svizzero (l’Istituto Agrario di Obala che forma 500 ragazzi ai mestieri della terra) e l’incontro con la comunità svizzera riunita dall’ambasciatore Claude Altermatt per l’occasione.

Da Yaoundé raggiungo poi il Marocco in una notte, ultimo paese del mio anno presidenziale. Lo scenario – mutatis mutandis, perché il paese si ritiene invero il più europeo dell’Africa intera – è abbastanza simile: nell’ambito delle riforme per rispondere intelligentemente alla “primavera araba” culminata nelle manifestazioni del 10 febbraio 2011, il re ha voluto istituire una seconda camera del Parlamento, chiamata “Camera dei Consiglieri”, che si ispira invero al Senato francese in quanto dotata di minori competenze della Camera dei rappresentanti ed eletta a scrutinio indiretto, ad opera delle autorità locali delle 13 regioni di cui si compone lo Stato, che rimane saldamente unitario.

Anche in Marocco abbonda l’interesse per il modello bicamerale svizzero, ma il colloquio più interessante è quello con il “ministro di Stato” (ovvero vice-primo-ministro) del Partito islamico “moderato” al potere (in coalizione, visto che ha solo il 25% dei voti). A parole il ragionamento fila benissimo: riscoperta dei valori religiosi e tradizionali della società marocchina, nel rispetto della democrazia e del pluralismo, con rifiuto di usare lo Stato per imporre una visione religiosa a scapito delle altre e senza chiusura verso la modernità e la mondializzazione… Non mi sembrano molto convinti di queste belle parole i rappresentanti dei partiti di opposizione, che temono una involuzione di cui ritengono di aver percepito i primi elementi, frenati solo negli ultimi mesi dalla caduta dei Fratelli mussulmani in Egitto, ai quali il partito marocchino sembrava volersi ispirare. Affaire à suivre, con molta attenzione vista l’importanza del Marocco per la stabilità della regione.

L’ultimo atto del viaggio e della mia presidenza si svolge a Marrakech e assume un particolare valore simbolico, con la posa di una corona di fiori alla stele che ricorda le 17 vittime dell’attentato del 28 aprile 2011, fra i quali i tre ragazzi ticinesi Cristina Caccia, Corrado Mondada e André Da Costa Silva. Si comprende che Marrakech ed il Marocco vogliano voltare pagina per non essere equiparati a paesi dove il terrorismo impera. A maggior ragione è apprezzabile la presenza a questa breve cerimonia della sindachessa di Marrakech come pure del prefetto e del presidente della Regione, che ribadiscono la loro solidarietà alle famiglie delle vittime (le quali, in concomitanza con questa visita, hanno finalmente visto sbloccarsi anche il dossier del risarcimento concesso dalle autorità marocchine).

Per me è un momento di alta emozione: conosco personalmente una delle famiglie, e da parte mia desidero invece che non si dimentichi l’assurdità di questo ed altri atti di cieca violenza, che spezzano vite in nome di un’ideologia magari solo masticata su internet (come sembra essere stato il caso dell’autore isolato di questo gesto). Troppo spesso, anche da noi, si dimentica che le idee non sono solo astrazioni. Le idee possono essere armi, e nella testa delle persone sbagliate portare a conseguenze terribili.

Un saluto commosso a Cristina, Corrado, André e alle loro famiglie. Per me è giunta l’ora di tornare e mettermi a scrivere il mio bilancio di questo anno intenso, ricco, istruttivo, emozionante e – credo – utile al Paese.

Settimana 52

Giornale del popolo, 25.11.2013