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Un anno è tanto o è poco, nella ita di un uomo, di un Paese, o nella storia dell’umanità? Con questo interrogativo – che ho relativizzato definendolo “filosofico” – ho iniziato lunedì l’ultimo atto del mio anno presidenziale, ovvero il discorso di bilancio del mio anno presidenziale di fronte ai collegi del Consiglio degli Stati. Discorso invero difficile, tante son le cose successe in questo cortissimo anno che sembra esserne durati tre, ed al tempo stesso tanti sono i bilanci che diversi media mi hanno già chiesto di stilare prima che l’anno si concludesse.

Altri media purtroppo un “bilancio” sgradevole l’hanno steso per conto loro, senza chiedermi nulla oppure senza riprendere nemmeno un decimo delle spiegazioni che pazientemente avevo fornito. Del resto, sulla falsariga di questo tipo di “Qualitätsjournalismus”, i medesimi media si son ben guardati dal riprendere i chiarimenti che ancora una volta ho ripetuto davanti ai colleghi in questo saluto finale. Così vogliono, pare, le regole del gioco. Così sembra essere peraltro inevitabile, quando da Zurigo si punta lo sguardo immancabilmente arcigno su di un ticinese che riesce a far qualcosa…

Come professionista tanto del giornalismo quanto della politica dovrei saperlo. Eppure, sarò ingenuo, ma ancora oggi dopo decenni di mestiere non riesco a trovarlo normale. La Svizzera è forse l’unico paese al mondo dove un politico deve giustificarsi… per aver fatto troppo!

I colleghi in aula ascoltano in religioso silenzio e applaudono. Qualcuno invero trova le spiegazioni un po’ lunghe, ma è logicamente difficile riassumere un anno in meno di mezz’ora. D’altronde, viste le molte domande sollevate, sarebbe anche il caso di fornire delle risposte esaurienti, sempre che interessino… Comincio dalla politica interna, ricordando la battaglia per l’italianità condotta dallo scranno presidenziale e chiedendo con insistenza ai colleghi di non archiviarla come una breve finestra folcloristica, ma di ricordarsi fino alla fine della loro carriera politica dell’importanza dell’italianità e del plurilinguismo in genere, che non sono un peso ma una risorsa e una grande ricchezza della Svizzera.

Continuo con la promozione del federalismo, valore portante delle istituzioni elvetiche e in particolare del Consiglio degli Stati, chiamato a difenderlo sempre: contro il Governo e l’amministrazione, contro i media e le tentazioni insite negli stessi senatori benintenzionati, contro le pressioni internazionali, le iniziative popolari federali e gli stessi Cantoni speso incoerenti. Tema d’attualità, poiché quest’anno ricorreva il 20.mo della Conferenza dei Governi cantonali, dove mi è toccato l’onore del discorso ufficiale a nome del Parlamento.

Proseguo poi spezzando una lancia a favore del particolare “spirito degli Stati”, che dobbiamo evitare di perdere con l’introduzione del voto elettronico, strumento che di per sé tende a trasformarci in copia del Consiglio nazionale.

Ma ovviamente la parte principale di questi discorso d’addio e di bilancio riguarda la “diplomazia parlamentare” di cui sono un convinto assertore. Come noto, ho affrontato 13 viaggi e visitato ufficialmente 22 paesi (15-25, se ci mettiamo alcuni viaggi affrontati senza metter di mezzo il Parlamento, per conferenze, incontri e convegni). Una media di due giorni a paese e una grandinata di incontri ufficiali dovrebbero bastar da sole a far capire che non si trattava di turismo. In questi viaggi ho infatti incontrato 6 capi di Stato, 5 primi ministri o vice, 27 presidenti di Parlamenti, 7 ministri degli esteri e una decina di altri ministri, senza contare la conferenza dei presidenti dei Senati d’Europa, cui partecipavano tutti i colleghi dei 16 paesi a sistema bicamerale. Oltre, ovviamente, alle nostre Ambasciate ed ai nostri Consolati, alle comunità svizzere in loco, alle aziende e ai dirigenti di aziende svizzere impegnate nei o interessate ai diversi paesi.

Ma altrettanto impegno va dedicato in Svizzera a questa diplomazia parlamentare. Ho così ricevuto individualmente a Palazzo federale non meno di 25 ambasciatori e 18 delegazioni estere (parlamentari, ma anche qualche ministro, su richiesta del nostro Dipartimento affari esteri), sobbarcandomi per ogni viaggio le riunioni di briefing e debriefing con il DFAE ed i Servizi del Parlamento. Non solo: all’attivo vanno messi anche il ricevimento di Capodanno di tutti gli ambasciatori accreditati a Berna, e la riunione estiva degli ambasciatori svizzeri richiamati in sede, la Conferenza dell’Unione Interparlamentare a Ginevra (dove ho accolto altre otto delegazioni di parlamenti esteri), il Comitato della Francofonia a Berna piuttosto che la serata di serrato dibattito con tutti gli ambasciatori dell’UE e il seminario con tutti gli ambasciatori africano per il 50.mo dell’OUA o ancora il dibattito con l’assemblea degli ambasciatori di America Latina e Caraibi (Grulac).

Se mi permetto di tediare il lettore con queste cifre che ho scodellato ai colleghi – e che ovviamente i media non hanno ripreso – è proprio per far capire che la scelta per la “diplomazia parlamentare” (prevista dalla Costituzione del 1999 e peraltro sempre più praticata dagli altri paesi ai quali abbiamo tutto l’interesse a restare vicini) non è una scelta turistica, ma un chiaro e determinato impegno che richiede un grande lavoro, una totale dedizione, una buona padronanza delle lingue (cinque nel mio caso) e una salute che ti sorregga tutto l’anno. Questo forse non hanno capito certuni.

Poi, per analizzare obbiettivi e risultati di questa scelta di fondo ci vorrebbe un’altra puntata. Chissà se il direttore mi concederà la “settimana 54”?

Settimana 53

Giornale del popolo, 2.12.2013