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Visto il ritmo impresso, nessuno si sorprenderà che quest’anno presidenziale abbia 54 settimane (anzi 55, visto che questo bilancio finale giunge dopo una settimana di pausa)! “Spass bei Seite” – come dicono i Confederati per far capire che quanto detto prima era una battuta – mi accingo con una certa nostalgia a concludere, con questa ultima puntata ai tempi supplementari, le mie fatiche di umile cronista di me stesso. Non ci credeva il Direttore del GdP, e a dire il vero qualche dubbio l’avevo anch’io, quando gli dissi un anno fa che mi sarei preso l’impegno settimanale di raccontare, in modo semplice e accessibile al comune lettore, quest’anno presidenziale. È già una bella soddisfazione averlo onorato puntualmente, scrivendo spesso ad orari improbabili e inviando a volte i pezzi in situazioni rocambolesche, magari da aerei appena atterrati o dal computer di qualche sperduto albergo, simpatico ma poco tecnologico…

A nulla sarebbe però servito tutto ciò, se non ci fossero stati dall’altra parte dei lettori attenti e interessati, che mi hanno seguito settimana dopo settimana. A tutti coloro che hanno avuto la pazienza di leggermi, e spesso di farmi parte dei loro commenti e apprezzamenti, un grazie sincero.

Nella “puntata 53” ho già iniziato una sorta di bilancio dell’annata, con particolare riferimento alla diplomazia parlamentare che ho ritenuto importante sviluppare, in barba alle critiche infantili e un po’ meschine che mi attendevo fin dall’inizio, tant’è che le avevo messe in conto nel mio discorso di investitura il 26 novembre 2012.  Al di là delle cifre che ho snocciolato – 13 viaggi e 22 paesi visitati, numero e rango delle personalità incontrate, ma anche ospiti stranieri ricevuti a Berna, a Ginevra o altrove in Svizzera – mi sembra però importante cercare di spiegare anche quali obbiettivi si perseguono e quali risultati si possono raggiungere con questo tipo di impegno.

Premesso che le delegazioni si effettuano sempre su invito del Senato o del Parlamento del paese ospitante – quindi non ci si inventano le destinazioni a piacimento, semmai si può selezionare fra le proposte – emerge con forza negli ultimi anni un costante incremento di questa diplomazia parlamentare, da parte di numerosi paesi. Specie da quelli in via di democratizzazione, interessati a conoscere le nostre istituzioni e a ottenerne una sorta di sostegno politico e morale.

Ritengo dunque fondamentale da parte delle democrazie consolidate – e la Svizzera gode in questo campo di grande autorevolezza, specie per quanto riguarda il federalismo, la democrazia diretta, la lotta alla corruzione, la libertà di espressione e l’efficienza dell’amministrazione – mostrare interesse e sostegno ai vari processi di coloro che stanno costruendo la democrazia, istituendo un nuovo Parlamento o ridefinendo gli equilibri fra potere esecutivo, legislativo e giudiziario. O ancora creando una seconda Camera – Senato o simile – quale espressione di “check and balance” nei processi legislativi o quale espressione di una dimensione federale attenta alle componenti regionali. Fra l’altro, negli ultimi 25 anni il numero di Paesi con due Camere è praticamente raddoppiato, da 45 a un novantina, e mi è toccato l’onore di inaugurare il nuovo Senato del Camerun proprio con una relazione sul bicameralismo elvetico!

Più in generale, i Parlamenti non vogliono più accontentarsi di ratificare – o talvolta bocciare – i trattati negoziati dai rispettivi governi, ma vogliono essere informati e coinvolti fin dall’inizio. Ciò vale anche per la Svizzera, dove negli scorsi anni a più riprese le Camere hanno manifestato il proprio malumore per essere state messe di fronte al fatto compiuto dal Consiglio federale. Ultimi casi, la mancata ratifica della Lex USA e della convenzione sulla fiscalità delle successioni con la Francia.

Non solo: nei contatti fra Parlamenti, logicamente meno ingessati dal protocollo diplomatico rispetto ai negoziatori governativi, è molto più facile far passare messaggi e generare simpatia per le proprie necessità. E se c’è un paese che ha bisogno di recuperare amicizia e simpatia, è proprio la Svizzera, già di per sé isolata in quanto non membro dell’Unione Europea, e messa sotto tiro pesantemente da più parti per la sua politica fiscale e bancaria. Non è un caso che in più paesi i nostri ambasciatori abbiano potuto sfruttare con grande soddisfazione la mia visita, per ottenere in pochi giorni incontri ministeriali e parlamentari al vertice che di solito debbono attendere per mesi e mesi. In questi incontri abbiamo poi potuto sbloccare negoziati e processi di ratifica per trattati che erano magari in stand-by da anni: trattati di libero scambio, accordi di protezione degli investimenti svizzeri, accordi di rimpatrio di cittadini non grati, accordi di oppia imposizione, e via dicendo.

Non tutto può nemmeno essere raccontato sui giornali, ma di sicuro chi pensa che i viaggi presidenziali siano una sorta di turismo a spese del contribuente dovrebbe ricredersi. Ciò detto, ogni cosa ha il suo termine, e per quest’anno fermiamoci qui. Come ho detto nel mio discorso di fine mandato, il vantaggio dei soldati che rientrano nei ranghi rispetto ai caduti in battaglia, è che i primi possono venir buoni per altre battaglie. Appuntamento dunque altrove… e auguri di buon Natale e di un eccellente 2014 a tutti coloro che mi hanno seguito sin qui. Grazie.