Post Type

Domani sera diventerà il presidente dell’Ambrì con più presenze. Il suo HCAP prima e dopo la sua entrata in carica, le gioie, le delusioni, le critiche e gli attestati di stima. Le battaglie perse, vinte e quelle ancora da affrontare. «Se sono un presidente felice? Domanda di riserva?».

 Come viveva l’Ambrì Filippo Lombardi prima della presidenza?

Da normale tifoso, anche un po’ latitante. Da ragazzo ero stato molto vicino al club, ma poi dodici anni di lontananza dal Ticino (di cui metà fuori dalla Svizzera) e le immediate urgenze professionali quando rientrai per dirigere il GdP nel 1987, me ne avevano un po’ allontanato. Senza contare che al Giornale avevo capito subito che la prima regola per sopravvivere era di scrivere sempre esattamente lo stesso numero di righe su HCAP e HCL… 

Il giorno che assunse la presidenza avrebbe mai pensato di diventare il più longevo?

Non avevo questa pretesa, ma ricordo che me la presi molto per qualche stupido commento secondo cui lo facevo solo fino alle elezioni del 2011, poi sarei sicuramente scomparso. Come si vede… Ricordo che, con il nuovo CdA, scrissi un piccolo “Libro biancoblù” con un programma quinquennale per il rilancio del club. Rilancio che passava dalla ristrutturazione della Valascia e che sarebbe oggi compiuto se non fossimo stati bloccati – in modo che ancor oggi fa discutere – dalla nota questione valangaria. In fondo è l’inseguimento caparbio di una soluzione a questo problema essenziale per la sopravvivenza della società che mi ha poi fatto diventare il “presidente più longevo”…

In effetti c’è chi ancora la accusa di essere alla testa del club soprattutto per interessi personali ed elettorali…

Ridicolo. Sono stato eletto al Consiglio degli Stati nel 1999, nel 2003 e nel 2007 senza essere presidente dell’Ambrì. Forse che non lo sarei stato nel 2011, senza questa presidenza? E quali altri interessi personali potrei avere? Incassare i dividendi delle azioni che acquisto ad ogni aumento di capitale?

Le tre tappe più importanti della sua presidenza?

Probabilmente il pubblico pensa agli allenatori, ai risultati sportivi, all’era Westrum piuttosto che all’era Pestoni… Per me vale invece quello che ho appena detto: la decisiva questione Valascia. Per cui la prima tappa, da primavera 2009 a dicembre 2010, coincide con il progetto e la domanda di costruzione per la ristrutturazione del vecchio stadio, la seconda tappa è stata quella – molto lunga per i miei gusti – dell’ubicazione del terreno e della modifica pianificatoria, definitiva solo da novembre scorso. La terza comincia adesso…

E cioè?

L’approvazione in Gran Consiglio del messaggio cantonale per il contributo di delocalizzazione, accordo HCAP-Quinto e conseguente messaggio municipale con adozione in Consiglio comunale, accordi con partner esterni per un uso intelligente dell’infrastruttura a copertura dei costi, conclusione della mia lunga ricerca per il finanziamento privato (una buona ventina i milioni), definizione del residuo sostegno pubblico. E poi chiaramente progettazione e costruzione…

Quali promesse si sente di fare?

Che ce la metterò tutta. Ma miracoli non ne posso promettere. Abbiamo il coltello della Lega sul collo e siamo in tremendo ritardo per i noti motivi. L’unica chance adesso è: “sota a cü biott”, avanti a testa bassa senza guardare in faccia a nessuno, con la certezza che le critiche non mancheranno ma non ci potremo fermare per questo.

Cosa significa per lei la vecchia Valascia?

Molti ricordi, a cominciare dalle mie prime partite di fine anni Sessanta, quando mi ci portava mia prozia Alda Neukomm con il suo Maggiolino VW. Pista scoperta, partite interrotte ogni 10 minuti per pulire il ghiaccio quando nevicava, spalti che si arrampicavano fino al limite del bosco. Poi la copertura, qualche comfort di più, senza mai intaccare il fascino unico di una struttura che si identifica come nessun’altra con un club, la sua storia, la sua identità e soprattutto il suo pubblico.

Come dovrà essere la nuova pista?

Sarà un esercizio difficilissimo. Non solo per i tempi corti e il budget limitato, ma anche per la posizione oggettivamente disgraziata del terreno, stretto fra autostrada, fiume, pista d’aviazione e zona agricola, ciascuna con le sue severe norme da rispettare. Eppure vogliamo che sia un oggetto bello, che non deturpi il paesaggio, che richiami gente anche al di fuori delle partite, e soprattutto che riesca a mantenere il fascino magico della vecchia Valascia. Una bella sfida, non c’è che dire!

I momenti più emozionanti della sua presidenza?

La salvezza al termine degli spareggi contro Visp e Langenthal. E il Natale 2013, a quota 65 punti.

I momenti più difficili sportivamente e da dirigente?

Potrei dire: ogni anno alla chiusura dei conti… Ma emotivamente direi l’esonero degli allenatori (Laporte e Constantine). Il pubblico è capacissimo di passare dall’esaltazione irrazionale alla condanna spietata. Ma il presidente che ha scelto una persona, ha lavorato a stretto contratto con lui per tanto tempo, vede gli sforzi che fa, sa che ovviamente non è colpa sua (o solo sua) se nulla funziona come dovrebbe, se non è un incosciente o un insensibile vive molto male questo genere di rottura traumatica.

La più grande delusione?

L’incomprensione di tanta gente, i commenti stupidi, infondati e spesso offensivi letti qua e là, e la presenza di troppi che si chiedono cosa possono guadagnare dall’Ambrì, invece di chiedersi cosa possono dare o fare di più per l’Ambrì.

Qual è il suo rapporto con i tifosi?

C’è il meglio e il peggio: la soddisfazione per le parole di chi ti riconosce di aver fatto qualcosa di importante per mantenere in vita questa realtà. E l’amarezza per le uscite di altri che non hanno la minima idea di come stiano le cose, ma sono sempre pronti a criticare. Magari citando condizioni che saranno esistite molti anni or sono, ma non hanno nulla a che vedere con le circostanze attuali.

C’è stato un momento in cui ha pensato di mollare tutto?

In verità, più di una volta. Ma poi non l’ho fatto vedere fuori, e non lo farò nemmeno oggi.

Quando lascerà la presidenza?

Questo sta scritto nelle stelle… Ma i candidati alla successione possono annunciarsi quando vogliono e saranno i benvenuti.

Fino a quando l’Ambrì potrà resistere nell’élite? Può esistere un Ambrì non in LNA?

Se riusciamo a dotarci della nuova pista per l’autunno 2018, credo che le chance di lunga permanenza in NLA ci siano tutte. Anche una relegazione non sarebbe a quel punto mortale, come dimostrerà quest’anno verosimilmente il Langnau. Senza pista nuova bisognerebbe ovviamente provarci in NLB, prima di gettare la spugna. Finora si è sempre ritenuto che questo non sarebbe economicamente sostenibile, ma non sarebbe la prima cosa “impossibile” che Ambrì riesce a fare!
C’è chi si chiede come mai, nonostante gli innumerevoli contatti che ha in tutto il mondo economico, non riesca a trovare più fondi per l’HCAP… Intanto abbiamo trovato l’inverosimile già solo per arrivare fin qui! In genere però, chi ha soldi se li tiene, o li investe in qualcosa che gli possa rendere altri soldi. Sono ben pochi gli idealisti disposti a mettere grandi somme a disposizione di un club sportivo. I club che hanno questi mecenati se li tengono ben stretti!

Le rivendicazioni e le proposte in Lega: vittorie, sconfitte e le prossime battaglie?

Sono andato molto alle riunioni della Lega agli inizi, ci vado molto meno ora che ho capito che raramente si riesce a cambiare qualcosa nel senso desiderato dai piccoli club. Comunque, almeno i grandi hanno ora smesso di rivendicare una LNA a sole dieci squadre, è già un passo avanti…

I tre giocatori dell’era Lombardi ai quali è più legato?

Chiaramente in pole position il nostro folletto Inti, il cui arrivo in prima squadra è coinciso con il mio arrivo alla presidenza. E spero che questo “sodalizio” duri. Poi citerei Nicola Celio, che ha invece terminato proprio con me i suoi vent’anni ininterrotti in biancoblù: un vero esempio per tutti! E per quest’anno direi senz’altro Adam Hall, il miglior “uomo-squadra” che abbia sin qui visto all’opera.

E l’allenatore?

Ovviamente Serge Pelletier, con il quale spero di poter scrivere ancora tante belle pagine.

L’acquisto mancato?

Facevo proprio questo ragionamento durante l’ultima Coppa Spengler… Quanti di quelli che avevamo contattato invano, o che ci sono sfuggiti per un soffio, hanno fatto vedere negli anni seguenti grandi cose? Pochi, in verità. E anche questi hanno avuto i loro “anni-no”. Eppure sul momento sembrava una tragedia non averli ingaggiati. Mi son convinto che davvero il collettivo e il clima che vi regna fanno molto di più di uno o due grandi giocatori. Anche se è chiaro che servono.

Gli errori che ammette di aver fatto e che non rifarebbe?

Probabilmente troppa fiducia in persone che non l’hanno corrisposta e troppo poco controllo su certi aspetti gestionali, con un’autentica e oggettiva difficoltà a riportare nei binari i conti del club. Poi forse qualche contratto troppo lungo, qualche dichiarazione troppo vivace…

L’impressione è che l’Ambrì abbia un’organizzazione e una struttura troppo poco professionale e chiara, o perlomeno non al passo con tante altre realtà dell’hockey svizzero. Cosa risponde?

Un fondo di verità c’è sicuramente. Si può sempre far meglio ma abbiamo già migliorato un gran numero di cose, malgrado situazioni oggettivamente difficili. Mi piacerebbe che i critici riconoscessero anche questi passi, perché rispetto a cinque o sei anni fa io ne vedo parecchi. Comunque andremo avanti, e anche qui la Nuova Valascia ci darà strumenti importanti per una crescita ulteriore.

Cosa significa per lei l’HC Lugano?

Non girerò mai con la maglietta “Io non ho cugini”! Ho troppi amici luganesi, li stimo, capisco le loro gioie ed ho visto negli anni anche le loro delusioni. Credo che le due squadre e le due società siano complementari e rappresentino bene il Ticino nelle sue diverse componenti. Esiste un Ticino urbano, ricco e cosmopolita. Ed esiste un Ticino più modesto, periferico ma fiero della sua identità, attaccato alle sue radici, alla sua storia, ai suoi valori. Guai se al Ticino – non solo sportivo – mancasse una di queste due componenti.

Per chiudere: Filippo Lombardi è un presidente felice?

Ha una domanda di riserva?

Giornale del Popolo, 02.01.2015, intervista a cura di Pietro Filippini