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di Filippo Lombardi, Consigliere agli Stati

 

L’attuale canone radiotelevisivo – prelevato obbligatoriamente su chiunque disponga di una apparecchio radio o TV, anche se non ascolta né guarda programmi svizzeri – rappresenta una soluzione antiquata e di sempre più difficile applicazione. Infatti, non solo la mobilità degli utenti rende sempre più problematico, invasivo, costoso e al limite ridicolo il metodo del controllo a domicilio da parte di ispettori della Billag, anche e soprattutto perché ormai ogni apparecchio elettronico (computer, laptop, tablet, smart pone…) costituisce ai sensi di legge un “apparecchio atto a ricevere programmi” e quindi andrebbe comunque tassato. Governo e parlamento hanno dunque scelto la via della modernità, proponendo di sostituirlo con una tassa prelevata su ogni economia domestica.

Il vantaggio del nuovo sistema balza all’occhio: meno complicazioni e costi di riscossione, meno violazione della privacy da parte di solerti controllori, canone meno caro (400 invece di 460 franchi) grazie al fatto che lo pagheranno tutti, maggiore giustizia evitando il fenomeno dei “furbi” che usufruiscono dei programmi senza pagarli. Anche per le piccole e medie aziende – checché ne dica la loro associazione mantello, l’USAM, ideologicamente schierata contro il cambiamento – la situazione migliora nettamente. Oggi tutte dovrebbero pagare il canone di 460 franchi, ma c’è palese disparità fra chi si comporta correttamente e chi aggira la legge. Domani ci sarà chiarezza: le piccole (fino a mezzo milione di cifra d’affari, e solo il 75% delle ditte svizzere) saranno esentate, le medie (fra mezzo milione e un milione) pagheranno meno, ovvero 400 invece di 460 come i singoli cittadini, e solo le grandi pagheranno qualcosa di più, ritenuto il maggiore numero di apparecchi installati da loro. È veramente difficile sostenere che si tratti di un attacco all’economia!

Curiosamente, di fronte a questa modifica puramente tecnica e razionale del sistema di incasso, si è scatenata un bufera senza precedenti, che la prende a pretesto per attaccare frontalmente il servizio pubblico radiotelevisivo. Non è questo ovviamente l’oggetto della votazione, perché se la revisione della legge fosse rifiutata, resteremmo semplicemente con il sistema attuale. Ma chi tira le fila degli oppositori già pregusta una vittoria che gli permetterebbe di portare subito un nuovo attacco al principio medesimo di questo servizio.

Servizio pubblico che non è più costituito unicamente dalla SSR con le sue reti (quindi in Svizzera italiana la RSI radio e TV), perché con la legge del 2007 le radio locali e le televisioni regionali hanno ricevuto a loro volta un mandato di servizio pubblico di prossimità, complementare a quello nazionale della SSR. Devono richiedere una concessione e devono sottoporsi a regole e controlli alquanto severi, ma ricevono un preciso mandato pubblico e una minima quota di canone, attualmente il 4% dell’incasso nazionale, ripartito su 13 tv regionali e una trentina di radio.

Cogliendo l’occasione del cambio di sistema di incasso, la revisione di legge migliora anche la sorte di queste emittenti regionali private, concedendo al Consiglio federale di fissare fra il 4 e il 6% la quota destinata ai privati, e imponendo di mettere la sessantina di milioni non attribuiti nell’ultimo decennio a disposizione per la formazione professionale nel settore e per il passaggio alla produzione e diffusione digitale, che sono la spina (economica) nel fianco delle piccole emittenti.

Ne risulterà un sistema ancor più equilibrato e al servizio del pubblico svizzero, compreso l’importante sostegno al federalismo linguistico, in virtù del quale la Svizzera tedesca riversa annualmente centinaia di milioni su quella francese e italiana (ed è l’unica opera importante a favore dell’italianità in tutta la Confederazione!).

Ce n’è abbastanza per dire un “Sì” convinto ad una revisione che riduce il canone, lo rende più moderno e giusto, e consolida un servizio pubblico importante e apprezzato, di cui beneficia tutta la società svizzera, economia e cultura comprese!

Giornale del Popolo, 2.6.2015