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Si riuniscono gli Stati generali e il coordinatore traccia la linea del profondo cambiamento
Giovanni Jelmini non è più presidente e Filippo Lombardi puntualizza da subito che lui non sarà il nuovo numero uno del PPD. Ma da domani il Partito popolare democratico inizia a guardare al futuro, con un Comitato cantonale straordinario che si terrà a Rivera dalle 9 alle 13. Una riunione a porte chiuse per dirsi tutto (e di più). A dirigere le operazioni sarà lo stesso Lombardi, alle testa di quella che non vuole venga chiamata task force ma Gruppo operativo popolare democratico, mentre la riunione di domani sarà quella degli Stati generali del PPD. Il Corriere del Ticino lo ha intervistato: dalla decisione di riunirsi a porte chiuse, alla stagione delle pulizie. Il partito è a un bivio: nominare un presidente fuori dai giochi come ha fatto il PLR, oppure qualcuno che è già all’interno della macchina-partito?
Gianni Righinetti
Cosa si attende da questo Comitato cantonale straordinario?
«Abbiamo voluto convocare una sorta di “Stati generali del PPD” per un’ampia discussione sullo stato del partito, sui suoi risultati, sulle sfide che lo attendono e le decisioni urgenti che deve prendere per riorganizzarsi e rilanciarsi. Mi attendo che questo dibattito sia veramente liberatorio, creativo e capace di mobilitare le energie migliori di tutto il mondo che si riconosce nei valori che affermiamo».
I partiti predicano la trasparenza nei confronti dell’elettorato, ma poi il PPD decide di escludere la stampa. Lei, uomo di comunicazione, che oscura i media. Non è una scelta un po’ stonata?
«Io francamente non “predico” mai nulla! Ciascuno deve fare il proprio mestiere, rispettivamente distinguere fra diversi mestieri. Quando mi occupo del partito non faccio l’editore, e viceversa. In questo momento penso che – come ogni famiglia, ogni associazione, ogni altro partito – anche il PPD abbia il diritto e il dovere di discutere al proprio interno i suoi problemi, in totale libertà. Non ci sono particolari segreti da proteggere, ma è evidente che la discussione si svolge più liberamente se non vi sono osservatori esterni, ed è esattamente quello che mi aspetto: un confronto franco e aperto su quello che non funziona, con proposte concrete di come farlo funzionare meglio».
S’illude che quanto vi direte rimarrà segreto?
«Veramente non me ne importa molto. Quel che conta è la libertà e la franchezza della discussione che riusciremo a sviluppare. E spero che escano così tante cose che le eventuali “spie” debbano chiedere pagine supplementari ai giornali per riassumere tutti i discorsi emersi».
Veniamo alla sostanza. Dall’uscita di scena di Giovanni Jelmini cosa ha fatto nel ruolo di coordinatore della task force pipidina?
«Cominciamo per favore a chiamarlo “Gruppo operativo popolare democratico”: il Comitato cantonale ha rifiutato la denominazione “task force” e a me non piace l’aggettivo “pipidino”! Non mi risulta peraltro che quando i media parlano per esempio dell’UDC usino l’aggettivo “udicino”… Ad ogni modo, finora mi sono soprattutto documentato sull’andamento del partito e ho condotto due intense e approfondite riunioni del Gruppo operativo, passando in rassegna la situazione organizzativa, finanziaria, statutaria ed elettorale del partito. Abbiamo allestito il calendario dei prossimi impegni, cominciando dagli Stati generali di domani, per proseguire con tutta una serie di incontri con la base e le strutture intermedie del partito. Stiamo anche seguendo con attenzione i lavori della Commissione cerca per la lista delle elezioni federali. Il lavoro non manca e i tempi sono stretti».
Cosa rimprovera a Jelmini e alla sua dirigenza?
«Questo è proprio l’atteggiamento che ho chiesto a tutti di evitare. Non siamo qui per “rimproverare” nulla a nessuno, ma per chiederci, ciascuno a se stesso, cosa avremmo potuto e possiamo adesso fare meglio. Non si tratta di puntare il dito su errori veri o presunti di altri, ma di chiedersi cosa si può e si deve cambiare. È uno sforzo che devono fare tutti, non solo un presidente e un ristretto Ufficio presidenziale».
Il PPD da anni perde consensi, eppure quando si tratta di lanciare le campagne elettorali le spara piuttosto grosse. Ad esempio dire che puntavate al raddoppio in Governo in aprile è apparso da subito un po’ eccessivo. È d’accordo?
«Il PPD negli ultimi decenni ha perso consensi tanto quanto gli altri partiti storici: una volta un seggio di meno, una volta uno di più, ed è logico che sia così di fronte all’emergere di nuovi soggetti politici. Darsi degli obiettivi ambiziosi è doveroso all’inizio di ogni campagna elettorale, come ogni squadra sportiva non può cominciare il campionato avendo come massima ambizione la non retrocessione. Poi la realtà può anche essere dura, e si tratta di saper reagire, non certo di rimpiangere gli obiettivi fissati. Fermo restando che un partito può dare un importante contributo alla società democratica in cui vive anche al di là della pura forza numerica che esprime».
I francesi dicono che «il n’y a que le provisoire qui dure». E se il presidente del PPD fosse proprio lei?
«No, ho detto chiaro e ripeto che non ne ho né il tempo né l’intenzione. A mia volta ho citato un detto francese: “Servir et disparaître”, ed è quello che intendo fare non appena rimessa in carreggiata la macchina del PPD».
Il PLR con Rocco Cattaneo ha avuto il coraggio di cambiare e le urne, alle cantonali, hanno detto che la scelta è stata pagante. Anche per il PPD occorre un percorso simile, con la nomina di qualcuno fuori dai giochi? O alla fine sceglierà qualcuno già attivo sulla scena cantonale o federale?
«Buona domanda. A me piacerebbe poter sorprendere con soluzioni fuori dagli schemi. Ma non sono oggi in grado di dire se le troveremo. Tengo però a ripetere che la soluzione non può essere una persona sola, una sorta di “uomo della provvidenza” che mette a posto le cose, si carica di legna verde e permette a tutti di continuare il proprio abituale tran-tran. Qui ci vuole una scossa che coinvolga tutti, e una squadra che collegialmente si prenda la responsabilità di ripensare il partito».
Quali sono i vantaggi e gli svantaggi delle due opzioni?
«Se per prima opzione s’intende “una persona singola, di provata esperienza politica, cui abbandonare le redini del partito per tornare alle cattive abitudini di prima”, mi pare evidente che solo la seconda opzione, ovvero la squadra che agisce collettivamente in un ritrovato entusiasmo di tutti gli interessati può essere valida».
Crede che all’interno del PPD sia arrivata la stagione delle grandi pulizie? Ci sono persone, stili o modi di fare che non vanno più?
«È sicuramente arrivato il momento di voltare parecchie pagine. Ma non tocca ad un singolo, per di più esiliato a Berna da 15 anni, dire cosa va fatto. Mi aspetto un ampio movimento che venga dalla base».
Ma a volte l’elettorato vuole cambiare prospettiva. Non crede?
«Certo. L’importante è che gli si offrano delle prospettive vere, diverse ma realistiche, e non solo sogni e illusioni oppure scambi continui di mazzate inconcludenti».
Il PPD potrà essere ancora un partito di centro attento un po’ a tutto e fondamentalmente accondiscedente su tutto, o dovrà farà una scelta di campo?
«In una democrazia di concordanza come è per forza quella svizzera – in virtù del federalismo, del sistema proporzionale e dei diritti di iniziativa e referendum – le forze di centro sono fondamentali per fare da cerniera e garantire il funzionamento del sistema. Gli stessi paesi che sin qui hanno funzionato con l’alternanza di maggioranza e opposizione stanno, mi pare, convergendo al centro. Si pensi alla “grosse Koalition” tedesca, o all’Italia stremata dallo scontro ventennale fra berlusconiani e post-comunisti, che cerca di cavarsela oggi con un berlusconiano di sinistra».
E il referente cristiano resterà sempre al centro o lo vede un po’ in perdita di velocità?
«È l’elemento fondante dell’identità del partito e del suo programma. Ma i cristiani sono liberi di scegliersi il partito che vogliono, mentre anche chi non è cristiano né credente può appoggiare il programma politico del PPD, per i suoi aspetti umani e per la sua capacità di conciliare valori democratici e federalismo, libertà individuali ed economia di mercato, responsabilità sociale e solidarietà. Forse all’interno dobbiamo rispolverare un po’ la nostra identità, ma di sicuro all’esterno dobbiamo vendere meglio questi valori che possono interessare ogni cittadino di buona volontà nel nostro Paese».
le tappe della crisi
19-20 aprile
Alle elezioni cantonali il PPD conferma il seggio in Governo ma perde consensi ed è lontanissimo dall’obiettivo del raddoppio. La fiducia degli elettori è in calo: 17,5% per il Consiglio di Stato e in Parlamento perde due seggi, da 19 a 17 con solo il 15,3% delle schede.
22 aprile
L’analisi della situazione da parte del presidente Giovanni Jelmini è immediata: dimissioni. E queste, puntualizza, sono definitive e irrevocabili. Jelmini si assume tutta la responsabilità dell’insuccesso: «Nessuna caccia alle streghe, voglio bene al partito».
20 maggio
Il Comitato cantonale saluta Jelmini e Filippo Lombardi annuncia il Gruppo operativo per traghettare il partito. Ma l’idea è di affrontare di petto la questione. E senza peli sulla lingua. Dirsi tutto ciò che non va per poi ripartire: l’appuntamento è per sabato 6 giugno.
elezioni federali
La Commissione cerca è al lavoro e il tempo stringe. Entro la fine di giugno dovrebbe essere pronta la lista per il Consiglio nazionale (con gli uscenti Fabio Regazzi e Marco Romano) e il candidato per gli Stati, lo stesso Filippo Lombardi che sollecita un nuovo mandato alla Camera dei Cantoni.
19 settembre
Questo giorno è convocato il Congresso del PPD per le Federali del 18 ottobre. Ci sarà anche l’elezione del nuovo presidente? Impossibile dirlo oggi. Quello che è sicuro è che Lombardi non intende reggere le sorti del PPD oltre il 31 dicembre 2015.
Corriere del Ticino, 5.6.2015