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di Filippo Lombardi, membro della Commissione Energia del Consiglio degli Stati

È alquanto significativo della spesso sterile ed isterica agitazione politica e mediatica: quattro anni or sono non c’era trasmissione, giornale o dibattito elettorale che non fosse dominato dalla questione nucleare. Se per errore dichiaravi che non vedevi ragione di chiudere immediatamente le centrali svizzere di comprovata sicurezza solo perché i giapponesi avevano gestito le loro in modo irresponsabile per non dire criminale, eri un uomo morto. Oggi la questione lascia indifferente la gran parte degli elettori, tutti agitati le problematiche – in parte altrettanto esasperate – di rifugiati e immigrazione, sicurezza e rapporti con l’UE.
Il vantaggio del sistema svizzero – rispetto a quello tedesco, ad esempio, che tre mesi dopo Fukushima aveva già preso tutte le decisioni, comprese quelle sbagliate – è che adesso possiamo decidere con calma e in cognizione di causa come impostare la nostra strategia energetica per i prossimi decenni. In questi quattro anni invero, molte cose sono cambiate. Intanto il rallentamento dell’economia e in particolare della produzione industriale europea, combinata con l’esasperato sussidiamento germanico del solare e dell’eolico, senza contemporaneamente ridurre di un kilowatt (anzi aumentando) la produzione elettrica dallo sporco ma poco costoso carbone, ha totalmente stravolto il mercato elettrico europeo, portando sull’orlo del fallimento molti grandi produttori, compresi tutti i “giganti” svizzeri e di conseguenza la stessa produzione idroelettrica elvetica tradizionale e pulita.
I posteri giudicheranno quanto sia stato veramente “ecologico” questo autentico dumping energetico che costa miliardi ogni anno ai consumatori tedeschi (che pagano la corrente il doppio degli svizzeri) mentre mette in crisi tutti gli altri produttori del continente. Per i poveri parlamentari svizzeri, si tratta ormai più che altro di limitare i danni, cercando di seguire una linea senza troppe incoerenze né zig-zag. Il risultato dei tre giorni di dibattito al Consiglio degli Stati è in tal senso abbastanza positivo.
Da una parte abbiamo infatti dimostrato coerenza con la mozione di quattro anni or sono: non verranno concesse autorizzazioni per nuove centrali nucleari, ma la tecnologia non viene proibita e le centrali esistenti possono restare in funzione finché rispondono ai severi criteri di sicurezza nazionali e internazionali (non dimentichiamo che hanno ottenuto i primi posti nella classifica europea dopo lo “stress test” generale post-Fukushima cui anche la Svizzera si è sottoposta volontariamente). Respinta in particolare l’idea che la politica si sostituisca ai tecnici e agli esperti per decidere sulla carta quale sarebbe la durata di vita delle centrali.
Poi siamo andati avanti sulla strada già tracciata nella vecchia legge sull’energia, aumentando gli obbiettivi di produzione per le fonti rinnovabili e le esigenze di efficienza energetica (dunque di risparmio di energia). A tale scopo verranno in futuro dedicati ben 2,3 centesimi per kilowattora (1,4 miliardi l’anno!), prelevati obbligatoriamente sulla rete di trasporto nazionale (il consumatore li ritroverà progressivamente in crescita nella sua bolletta). Il sistema verrà però limitato nel tempo: le ultime decisioni per il ritiro di corrente a prezzo sussidiato da nuovi impianti rinnovabili potranno venir prese al massimo sei anni dopo l’entrata in vigore della legge (e dureranno poi vent’anni), gli ultimi contributi “una tantum” potranno venir assegnati nel 2031.
Si concretizza così una richiesta importante del mondo economico, ovvero che il sistema di sussidi abbia una scadenza, entro la quale ci si attende che le nuove fonti raggiungano la parità dei costi di produzione con quelle tradizionali e siano quindi in grado di sostenersi da sole sul mercato, senza ulteriori interventi statali.
Da ultimo, un gesto è stato fatto a favore della produzione idroelettrica esistente, sottoposta alla pesante distorsione di mercato della concorrenza statale tedesca di cui sopra. Per cinque anni, a titolo di misura d’emergenza, potranno essere utilizzati 0,2 centesimi (sui 2,3 di prelievo obbligatorio) a favore dell’idroelettrico esistente. Una decisione in contrasto con le regole europee, ma siccome l’UE non vuol più firmare l’accordo bilaterale sull’energia con la Svizzera ce lo possiamo permettere, e ne sono particolarmente lieto… Si tratta di 120 milioni l’anno, che potranno alleviare – a precise e restrittive condizioni – le finanze delle aziende produttrici più in difficoltà. Unico neo, contro il quale i rappresentanti dei Cantoni alpini hanno invano votato, è che i cantoni alpini dovranno fare la loro parte, riducendo di circa il 20% i canoni d’acqua calcolati sugli impianti così sostenuti. Un sacrificio, certo, ma forse utile a salvare l’idroelettrico svizzero. La speranza è comunque che il Consiglio nazionale riesca a trovare una formula migliore per questo sostegno, di per sé accettato dalla maggioranza.
In conclusione, un buon dibatti sparso su ben tre giorni, che ha permesso di trovare una ragionevole soluzione, seguendo peraltro quasi sempre la via che avevamo tracciato in commissione. Un buona conclusione della legislatura, anche se un collega verde ha invece commentato in aula che “la pozione è molto amara”. Amara per chi voleva imporre un’ideologia, non per ci cercava una via ragionevole per il futuro energetico della Svizzera!