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di Filippo Lombardi, vicepresidente della Commissione esteri del Consiglio degli Stati

Il verdetto dei cittadini è giunto, in un Regno Unito che di fatto non conosce l’istituto del referendum popolare. David Cameron aveva voluto questa sfida inusuale pensando di vincerla facilmente, di rafforzarsi elettoralmente e di tagliare una volta per tutte questo nodo gordiano che avvelena da anni la politica britannica. L’ha invece persa pesantemente, travolto dall’insofferenza popolare per un’immigrazione cresciuta in proporzioni impensabili tre anni or sono.

Ma la vera grande sconfitta è l’Unione europea, che ha chiuso quasi completamente la porta alle richieste britanniche di negoziare uno statuto speciale che avrebbe de facto portato ad un’Europa a due velocità. Con il loro rigido rifiuto ideologico Merkel, Hollande, Junker e parecchi altri (specie i nuovi membri d’Europa centrale) pensavano di “betonare” il modello centralistico dell’Unione – frutto dei dieci anni passati dal giacobino francese Jacques Delors alla testa della Commissione europea – e di evitare un effetto domino con richieste di eccezioni da parte di altri paesi.

Non hanno concesso che qualche briciola a Cameron, troppo poco perché questi potesse convincere i propri cittadini di aver “rimpatriato” quelle competenze che l’Unione (in primis gli eurocrati della Commissione) ha progressivamente strappato ai suoi membri. E ora possono misurare l’ampiezza del disastro provocato, con un effetto domino che si sposterà verso altre richieste di referendum, con il rischio di uscita di altri paesi. Che questa richiesta sia già forte in Olanda, uno dei sei membri fondatori e paese eurofilo per eccellenza, è un pessimo segnale per Bruxelles.

Ben altro avrebbe potuto fare l’UE, se avesse compreso che le richieste di Cameron traducevano un malessere diffuso non solo oltre Manica. Non ci sarebbe infatti nulla di male se l’Unione avesse un nocciolo duro di principi e regole imperative per tutti, e lasciasse poi ad ogni Stato membro la facoltà di sottoscrivere o meno tutta l’enorme quantità di altre norme e direttive man mano elaborate dalla sua creativa macchina amministrativa.

Un’Europa “à la carte”, oppure un’Europa a due o tre velocità sarebbe forse un po’ meno efficace, ma non violenterebbe in permanenza i propri membri su questioni tutto sommato marginali. Si pensi alla ridicola lotta contro la pinta inglese come unità di misura delle bevande (o meglio, della birra…) che ha forse pesato di più nel “Brexit” di molti dotti ragionamenti di esperti.

E per la Svizzera? È nota la rigidità con cui Bruxelles ha rifiutato inizialmente anche solo di ridiscutere la libera circolazione, in seguito al voto del 9 febbraio 2014. Poi ha finalmente accettato di sedere al tavolo, ma senza finalizzare nulla prima del 23 giugno. Didier Burkhalter ha sempre parlato di una “window of opportunity” di alcune settimane che si sarebbe aperta dopo il voto britannico, ma ben pochi pensavano che gli inglesi avrebbero scelto il “leave”.

La finestra rimane aperta dopo questo risultato? Lo scoprirà lunedì il nostro capo negoziatore de Watteville, ma gli scenari sono sostanzialmente due. O l’Unione torna ad irrigidirsi, ritenendo che la partenza del Regno Unito le imponga addirittura di rafforzare la propria visione unitaria per combattere l’estensione delle fessure. Oppure ne trae la lezione (auspicabile) che convenga dimostrarsi flessibili per non perdere altri pezzi, per cui qualche concessione alla Svizzera può addirittura far bene, aprendo la porta a soluzioni flessibili per qualche Stato membro più riottoso.

Temo purtroppo che prevalga il primo atteggiamento, e le dichiarazioni irritate del tipo “o dentro o fuori” non lasciano presagire nulla di buono, anche se forse ci vorrà solo un po’ di tempo per digerire la delusione e tornare a ragionare a mente fredda e con buon senso. C’è ovviamente anche un terzo scenario, ovvero che la questione svizzera venga accantonata per un paio d’anni, finché l’Unione e i britannici non avranno definito i contenuti esatti del “brexit”. E questo scenario non ci fa per niente gioco, siccome ci siamo messi noi stessi al corda al collo scrivendo nella Costituzione un termine imperativo per un negoziato di cui nessuno poteva e può dire esattamente quanto può durare.

Giornale del popolo 25.6.2016