Post Type

di Filippo Lombardi, capogruppo PPD alle Camere federali

 

Eravamo a Bruxelles nel 1982, in riunione del Bureau Politico del Partito Popolare Europeo e stavo spiegando – nelle mie vesti di segretario generale dei giovani – le ragioni per cui stavamo intensificando le relazioni con le organizzazioni giovanili dell’Est.

“Mein junger Freund!” – tuonò a quel punto Helmut Kohl, presidente della CDU e non ancora cancelliere, risvegliando di colpo la sonnecchiante assemblea – “mio giovane amico, la invito a Berlino Est a vedere cos’è davvero il comunismo, e capirà che non c’è dialogo che tenga con questi signori!”.  Gli fece eco l’ex-ministro italiano della Difesa, sostenendo che la distensione era “un cadavere” e che il processo iniziato dagli accordi di Helsinki nel 1975 andava ormai archiviato.

Ho ripensato a questa scena sette anni dopo, vedendo il “ Vater der Einheit” riaprire la porta di Brandeburgo davanti a tutta la dirigenza annichilita della “DDR” (“die sogenannte DDR” dicevamo allora, per non cedere un millimetro nella lotta per l’unità tedesca). Ci ripenso oggi, da presidente della delegazione svizzera all’Assemblea parlamentare dell’OSCE, che ha festeggiato due anni or sono ad Helsinki i 40 anni di quegli accordi destinati a mettere fine alla guerra fredda.

 

Certo, da Helsinki alla caduta del muro passarono ancora 15 anni, ci furono l’Afghanistan e la Polonia di Jaruselski, ci vollero la durezza di Reagan, Thatcher, Kohl e Mitterrand nella crisi degli euromissili e nella Strategic Defense Initiative… Ci volle anche la forza interiore incrollabile di Giovanni Paolo II e degli uomini di buona volontà che non accettavano la spaccatura del mondo decisa a Yalta. E ci volle infine la svolta (solo in parte consapevole) di Gorbaciov che condusse alla dissoluzione dell’URSS e del Patto di Varsavia senza un colpo di fucile né una goccia di sangue, cosa che gli occidentali non apprezzano abbastanza!

 

Ma l’insegnamento del mio amichevole battibecco con Helmut Kohl rimane del tutto attuale: non si può mai escludere il dialogo, non si deve mai smettere di negoziare e di cercare soluzioni pacifiche anziché militari. E questo rimane valido oggi più che mai, se solo pensiamo alle nubi che si stanno nuovamente addensando sul futuro dell’umanità.

 

Helmut Kohl non poteva prevedere questi sviluppi nel 1982, ma ebbe l’intelligenza – da vero statista e padre della patria – di adeguare immediatamente la sua diffidente dottrina anticomunista agli avvenimenti del 1989. Ottenne così la riunificazione della Germania invano inseguita dai suoi predecessori per quarant’anni e contribuendo in modo determinante alla svolta epocale che mise fine per davvero alla guerra fredda. Paragonata a questa sua grande e pragmatica saggezza, fa rabbrividire la miope aggressività dei vari “partiti della guerra” che, all’Est come all’Ovest oggi cercano di rilanciare lo scontro!

 

Ritrovai Kohl nel 1992 a Budapest, al primo congresso del Partito Popolare Europeo all’Est di quella che era stata la cortina di ferro. Io ero diventato membro del Bureau dell’Internazionale DC, lui invece aveva voltato una pagina decisiva della storia… La metà dei capi di Stato e di governo della liberata Europa centrale si riconoscevano ormai nel nostro partito, mentre si tessevano i primi rapporti con le forze democratiche che si stavano organizzando in Georgia e Ucraina. Kohl era noto per la sua memoria di ferro (specie verso gli avversari…) e mi bastò dirgli: “Herr Bundeskanzler, si ricorda del nostro discorso sui rapporti Est-Ovest, dieci anni fa a Bruxelles?” per ottenere il suo sorriso e l’immediata battuta in risposta: “Mein junger Freund, für einmal hatten Sie Recht!”.

 

Ho avuto ragione anche grazie a Lei, signor Cancelliere. Grazie! Anzi, adesso posso dirti: grazie Helmut! Ci hai insegnato molto, hai fatto grandi cose per il tuo Paese, gli hai permesso di cancellare con onore le pagine orrende scritte pochi decenni prima, sei stato la locomotiva della nuova Europa. Ma soprattutto, hai cambiato il volto del mondo, nella pace. Hai combattuto la buona battaglia, riposa in pace anche tu!

GdP, 17.6.2017