Post Type

di Filippo Lombardi, Consigliere agli Stati

Al di là delle ragioni per cui la maggioranza della Commissione esteri degli Stati propone al plenum di accettare i due Decreti federali sul “contributo di coesione ad alcuni paesi dell’UE” (vedi sotto) mi ha fatto sorridere l’argomento del collega e amico Consigliere nazionale Lorenzo Quadri, secondo cui chi si esprime a favore di tale contributo sarebbe mosso dalla “fifa blu” nei confronti dell’Unione Europea. Per sdrammatizzare: psonalmente potrei tutt’al più essere mosso dalla “fifa azzurra”, oppure dalla “fifa biancoblu”, non certo da una banale “fifa blu”…

Bisogna aver fifa di esprimere un’opinione?

Non ho invero fifa di alcun colore nei confronti dell’UE: mi chiedo solo come possiamo uscire dallo scontro attuale ricostruendo un rapporto che permetta alla Svizzera di continuare sulla strada che ha scelto da anni: restare fuori dall’UE ma regolare i suoi rapporti economici con il mercato circostante, forte di 500 milioni di consumatori e fondamentale per mantenere i nostri posti di lavoro e il nostro livello di benessere.

Ma la questione è un’altra, ed è seria: se c’è una “fifa blu” che un politico ticinese deve avere, è quella di osare esprimere un’opinione sgradita a Quadri e al suo domenicale. E se un politico svizzero può avere una “fifa blu” è solo se ardisce divergere leggermente dal pensiero unico che l’UDC sta imponendo a tutto il paese. L’immediata distruzione politica del malcapitato è infatti assicurata, tramite domenicale ticinese o tramite Blick e consorti oltralpe.

Non lo scopro io, ovviamente: dura da un paio di decenni e i risultati si vedono nel clima politico svizzero, diventato litigioso e astioso, da costruttivo e consensuale che era (fermo restando che la mancata rielezione di Blocher in Governo, cui io mi opposi, non fu una mossa felice ed ha contribuito ad avvelenare a sua volta il clima).

Nota bene: non sempre il passato era perfetto, tutt’altro! Anch’io ho apprezzato, fra l’altro, la lotta di un Giuliano Bignasca contro l’ipocrisia di un establishment cristallizzato che sotto il pretesto delle buone maniere e del “politically correct” nascondeva volentieri la difesa di posizioni di potere e interessi particolari.

Le sfide CH-UE a breve termine

Ma ora siamo in una fase ben diversa: la situazione internazionale sta degradandosi non solo sul piano strategico-militare: le guerre commerciali sono diventate “belle e facili da vincere” secondo il presidente Trump, che parla ovviamente dall’alto della sua superpotenza economica (un po’ come se il Berna hockey dicesse che è bello giocare contro i Ticino Rockets…).

La verità che dobbiamo avere il coraggio di dire ai nostri concittadini – che ci eleggono per lavorare duramente per il bene del paese, non per evitare pavidamente gli attacchi del “Mattino” – è che la Svizzera è sotto pressione come non mai, e deve essere più unita che mai per resistere a questa pressione. Proprio chi a priori rifiuta di ragionare sui fatti oggettivi – anche con opinioni diverse – e preferisce martellare gli altri sperando di guadagnare qualche misero voto addizionale, tradisce il suo compito di rappresentante del popolo svizzero chiamato a fare gli interessi del paese tutto.

Diciamo allora chiaro ai cittadini quali sfide europee aspettano la Svizzera nei prossimi mesi (non nei prossimi anni):

  1. Ottenere un accordo quadro con l’UE che si applichi unicamente ai 5 accordi bilaterali di accesso al mercato unico europeo (più eventualmente quello sull’elettricità, se arrivasse a termine) e che non si applichi a nessuno degli altri 120 accordi bilaterali esistenti;
  2. Ottenere in questo ambito il rispetto delle nostre “linee rosse”, ovvero che la Svizzera non sia obbligata a riprendere la Direttiva UE sulla cittadinanza, che possa mantenere la sua protezione del mercato del lavoro in deroga alle regole comunitarie sulla libera circolazione (misure di accompagnamento) e che possa mantenere il suo sistema di banche cantonali e aziende elettriche pubbliche e di finanziamento equilibrato del servizio pubblico in genere;
  3. Ottenere l’equivalenza illimitata della Borsa svizzera con quelle europee oltre il 31 dicembre 2018;
  4. Non figurare sulla lista nera dei “paesi fiscalmente non cooperativi” a partite dal 1. gennaio 2019, benché la nostra riforma dei regimi cantonali di fiscalità delle imprese andrà in votazione popolare solo a maggio e sarà applicabile, se accettata, solo dal 1. Gennaio 2020;
  5. Rimanere nel sistema Schengen benché la revisione della legge sulle armi adottata dal Parlamento (e comunque sottoposta a referendum, con probabile votazione pure a maggio) sia molto più liberale di quanto vale per i paesi membri dell’UE.

Queste sono le vere sfide cui siamo confrontati nei prossimi mesi, e che dobbiamo insieme risolvere per non mettere in grave pericolo i nostri rapporti economici con l’Unione Europea. Non c’è chi non veda come il “contributo di coesione” in questo contesto giochi un ruolo minore, potendo tutt’al più oliare un po’ un meccanismo arrugginito, oppure al contrario “gripparlo” del tutto.

Va anche ricordato che è illusorio pensare che siamo forti perché importiamo dall’UE più di quanto vi esportiamo. La verità, in caso di tensioni, è un’altra: il 53% delle nostre esportazioni va verso l’UE, solo l’8% delle esportazione dell’Unione è destinato alla Svizzera. Pro capite il rapporto è ancor più sconvolgente: esportiamo 117 miliardi ovvero 14 mila franchi a testa verso l’UE, gli europei esportano verso la Svizzera 150 miliardi, ovvero solo 250 franchi a testa. Una guerra commerciale – come oggi purtroppo diventato di moda grazie a Trump – ci vede in posizione di oggettiva debolezza per quanto attiene le ricadute sui cittadini, sui lavoratori e sulle imprese. Se poi invece di far fronte comune ci dividiamo per beghe partitiche e bassi interessi elettorali, siamo sicuramente destinati a perderla!