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di Filippo Lombardi, Consigliere agli Stati

Molti cittadini si chiedono perché il Consiglio federale propone al Parlamento di votare due decreti federali per il versamento di contributi a singoli paesi dell’Europa centrale e meridionale, per un totale di 1.3 miliardi suddivisi su 10 anni a partire dal 2020 (ovvero una media di 130 milioni annui). Cerchiamo di capirne le ragioni.

Il primo ed il secondo “contributo di coesione”

Come noto, nel 2006 il popolo svizzero ha accolto la prima “tranche” decennale di questo “contributo di coesione” destinato a ridurre le disparità economiche fra i vecchi membri dell’Unione europea ed i nuovi paesi dell’Europa centrale, usciti molto indeboliti da mezzo secolo di giogo comunista. L’eliminazione delle disparità economiche strutturali era (e rimane) un mezzo per far crescere più rapidamente questi mercati, a beneficio dei paesi più sviluppati che vi esportano i loro beni. La Svizzera, associata bilateralmente al mercato UE pur senza farne parte, beneficia a sua volta di questa crescita, ed ha deciso nel 2006 di destinare un contributo volontario ai paesi interessati.

Ai paesi membri dell’UE o dello SEE il contributo è stato fissato unilateralmente da Bruxelles. Ad esempio la Norvegia paga pro capite il quadruplo di quanto la Svizzera ha deciso di sua iniziativa, i membri dell’Unione molto di più. Inoltre gli altri versano i contributi nelle casse dell’UE, la Svizzera sceglie essa stessa i progetti che sostiene nei paesi interessati, in collaborazione con le autorità o con le ONG, li finanzia direttamente e ne controlla i risultati (57 milioni su 1305 sono destinati a questa gestione svizzera).

La prima tranche presupponeva una seconda di uguale portata, ed è quanto le Camere federali hanno deciso nel 2016 per il prossimo decennio, adottandone la relativa base legale. Nessuno ha impugnato il referendum contro la legge, che è dunque entrata in vigore. Ora si tratta di applicarla, cosa che il Governo ha proposto alle Camere con due distinti decreti:

  1. uno di poco superiore al miliardo su dieci anni per i medesimi paesi di Europa centrale (con una leggera modifica della chiave di riparto, onde aiutare chi ha maggiori bisogno rispetto a chi, come la Polonia, ha già molto beneficiato dell’adesione all’UE);
  2. uno di duecento milioni a favore dei paesi mediterranei che sono confrontati ai costi importanti dei flussi di rifugiati o migranti in arrivo da Sud (e che noi siamo ben contenti di vedere gestiti lì piuttosto che da noi).

A favore di questa seconda e ultima tranche decennale depone non solo l’impegno morale preso al momento della prima tranche, ma soprattutto l’interesse economico del mercato europeo per la Svizzera: il contributo annuo medio corrisponde all’uno per mille delle nostre esportazioni verso l’UE.

Il degrado delle relazioni con l’UE

Non senza ragione c’è però chi si chiede se le nostre relazioni con l’UE, chiaramente deteriorate negli ultimi anni, giustifichino la conferma di un contributo deciso all’epoca in tutt’altre condizioni. La Commissione esteri degli Stati – che sul principio del contributo è entrata in materia per 10 voti a 2 – condivide l’idea che ci sia un legame politico fra i vari temi in discussione fra Svizzera ed UE, e lo dichiarerà espressamente durante il dibattito al plenum del Consiglio a dicembre. Una minoranza della Commissione avrebbe preferito andare più lontano, inserendo nei due decreti un articolo che imponga al Governo di dare avvio ai programmi solo dopo un miglioramento sensibile delle nostre relazioni con l’UE e la rinuncia di quest’ultima a misure discriminatorie.

La maggioranza ho invece ritenuto che un simile articolo di legge sia difficile da interpretare (a partire da quando si può ritenere che le relazioni sono “sensibilmente migliorate”?) e inopportuna proprio perché i tre dossiers attualmente sul tavolo (contributo di coesione, equivalenza borsistica e accordo quadro) sono formalmente e giuridicamente indipendenti.

Tutta la Svizzera si è giustamente indignata un anno fa quando la Commissione Juncker ha pretestuosamente limitato a un anno solo l‘equivalenza della borsa svizzera con quelle dell’Unione, esigendo la conclusione dell’accordo quadro per prolungarla oltre. Questa misura ricattatoria costituisce una chiara discriminazione della Svizzera rispetto a tutte le altre borse extra-comunitarie, e se applicata provocherà il nostro ricorso all’Organizzazione mondiale del commercio, oltre alle contromisure preannunciate dal Consiglio federale lo scorso giugno.

Commettere ora da parte nostra lo stesso errore che rimproveriamo a Bruxelles, creando un legame formale ingiustificato fra il contributo di coesione e gli altri due dossier non rafforza la posizione della Svizzera, ma anzi la indebolisce e dà ragione proprio al vincolo pretestuoso inventato da Juncker per farci pressione. E purtroppo non è una leva atta a far pressione sulla Commissione, che se ne impipa tranquillamente delle ”noccioline” elvetiche destinate a progetti specifici in certi paesi d’Europa centrale e meridionale che al momento non godono proprio dei favori di Bruxelles…

Fiducia sì, ma con l’arma di riserva

Meglio dunque cercare di ricostruire un rapporto di fiducia degradatosi dal 2012 per diverse cause, un po’ anche nostre. Se gli Stati accettano questo contributo volontario, sottolineando il legame politico fra i tre dossiers ma non creandone uno formale, l’UE dovrebbe poter sbloccare l’equivalenza borsistica senza perdere la faccia, anche qualora l’accordo quadro non fosse ancora sotto tetto.

Ovviamente, non ne abbiamo la certezza. Ma se la Commissione Juncker dovesse persistere nel suo atteggiamento ricattatorio non riconoscendo l’equivalenza borsistica oltre il 31 dicembre, abbiamo l’arma di riserva, ovvero il voto al Consiglio nazionale a marzo.  In tal caso non vi sarebbe più ragione di dare quel contributo volontario che fra partner corretti si giustifica, sarei il primo a dirlo.

Con questa arma di riserva noi non dichiariamo guerra, ma ci atteniamo al motto degli antichi romani “si vis pacem, para bellum”. Al quale però un romano dei nostri tempi aggiungeva maliziosamente “si vis bellum, para culum”.  Infatti, una guerra commerciale danneggia sempre ambo le parti, ma farebbe più male a noi per un semplice dato matematico: la Svizzera esporta pro capite oltre 13500 franchi all’anno verso l’UE, l’Unione esporta verso la Svizzera poco più di duecento franchi l’anno pro capite. Non è colpa nostra, ma in caso di degrado delle relazioni le ricadute sarebbero più pesanti per noi.